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(L. Mies v. d. Rohe)

 

Ricostruzione postsismica

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RICOSTRUZIONE POSTSISMICA

TRA SOSTENIBILITÀ ESTETICA, STABILITÀ SOCIALE

E

BELLEZZA URBANA

 

Come può essere intanto sostenibile la ricostruzione postsismica se non viene amata della politica, dalla società (architetti compresi) e se la città italiana, latu sensu, non viene apprezzata, amata e ritenuta bella dai suoi abitanti?

Tra le rrichieste odierne di sostenibilità dell' ambiente costruito è pertanto necessario sottoporre a riflessione l' estetica della città storica e dei centri minori italiani del Trecento, la cura indispensabile per consentirne la durabilità nel tempo, la stabilità sociale e la loro bellezza, poiché in realtà i reali caratteri compositivi dei nostri edifici storici, degli spazi urbani e degli ensambles che li contestualizzano hanno una rilevante implicazione in relazione a quanto oggi s' intende per sostenibilità ecologica, economica e sociale. È il caso di parlare di una certa predisposizione a recepire o meno un luogo, recepirne i caratteri visibili e invisibili necessari a soddisfare il benessere estetico mancando il quale non può aver luogo quel senso di appartenenza che grazie alle forme espressive dell' ambietnte costruito contribuiscono non poco al consolidamento della stabilità sociale.

Come concetto di una estetica consensuale e collettiva può essere considerata l' estetica del <bello>, giammai le eccentriche ed eccezionali parvenze del pittoresco che può, si, destare un certo interesse momentaneo e per questa ragione nella cultura del nostro tempo trovare una apparente accoglienza senza però adattarsi ad una sempre rinnovabile stima di valori.

La <bellezza>, invece, in quasi tutte le sue definizioni è connotata da una aspirazione all' equilibrio e viene perrtanto percepita dalla maggior parte di noi come categoria estetica centrale. <Bella> allora deve essere la città dove si vive e per essere tale nella totalità è necessario liberarla dai due miti che come un ostinato basso continuo ne turbano la percezione estetica. Il primo mito è quello della soggettività del concetto di bellezza intorno al quale v' è poco da dibattere, poiché si tratta di una esperienza precipua dell' autonomia dell' io “pensante“ e dello spirito, atteso che ideali di bellezza vincolanti incontrano un limite in quanto alla mancanza di motivazioni metafisiche, oltre ad essere un diritto individuale vedere, sentire e manifestare in maniera diversa di quanto vede, sente e manifesta la collettività. 

Sicuramente una definizione a priori della bellezza non è enunciabile e motivazioni metafisiche - siano esse matematiche, religiose o filosofiche – impossibile formulare. Il secondo mito riguarda la marginalizzazione degli aspetti estetici rispetto a quelli tecnici - p.e. di traffico e trasporti, politici e socio-economici, ecologici e ambientali nella prassi complessa della pianificazione urbana, in quanto non pochi pianificatori urbani agiscono nel conforto di quella ideologia secondo cui la forma della città può aver luogo quasi da sé (o in dipendenza da altri fattori imponderabili) e di conseguenza non ha bisogno di alcuna attenzione.

E allora: quali le conseguenze in dipendenza della negligenza della politica, dell' abulia dei cittadini, della superficialità delle Scuole di Architettura, dell' assenza di Diritto urbanistico (Legge urbanistica „nazionale“ e Ordinamento „nazionale“ sull' uso dei suoli e dei lotti edificabili) e Diritto edilizio pubblico (Regolamenti edilizi „regionali e Statuti urbani) e dulcis in fundo della commistione di competenze tra architetto civile, pianificatore urbano e architetto paesaggista ?

Non dimentichiamo che la città in ispecie quella storica non sfugge ai movimenti della storia né agli effetti delle calamità naturali in quanto organismo vivente, nel bene e nel male, e, sovente, scena aperta di una molteplicità di conflitti tra due ritmi della storia stessa: quello lento di strutture materiali che resistono nel tempo se non vengono colpite da calamità naturali e l' altro veloce sottoposto al susseguirsi delle varianti innestate dall' uomo, siano esse le novità conseguenti al progresso della tecnica, dell' alternarsi dei poteri, dall' apporto delle idee, dal' incidenza delle forme, etc., fattori tutti che seguono le leggi della dinamica, se messi a raffronto con le leggi del lento movimento che un tempo esprimevano la campagna, i borghi, i villaggi e tutte quelle unità immobili, che nell' antichità erano i castelli e i monasteri.

Della dialettica del tempo della città in <lento e veloce>, fa parte quel luogo privilegiato della vita degli uomini, cioè la casa, elemento fondamentale, assieme alla strada ed alla piazza, del fenomeno-città, come ce lo hanno restituito studi, ricerche, libri e riviste dei quali ricordiamo: Storia della città di Leonardo Benevolo; Die Geschiche der Stadt (it.: La storia della città, di Franz Heigl; The City Shaped (ted: Das Gesicht der Stadt; it.: Il volto della città), di Spiro Kostof; un numero monografico di Case medievali (52/1990) della pregiata rivista Storia della citt; gli studi e le ricerche di Enrico Guidoni su La città europea nel Medioevo; La casa fiorentina di Gian Luigi Maffei; Die mittelalterliche Stadtbaukunst in der Toscana (it.: L' Urbanistica della città medievale in Toscana) di Wolfgang Braunfels; La città, le case e i tipi edilizi nell' Italia comunale (sec.XII-XV, a seguito del convegno del 1990 tenutosi a Città della Pieve, etc.

 

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