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Il caso "ITALIA"

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POLITICA

15/12/2021 19:24 CET

Rendiconto di Draghi (con vista Colle)

Nel suo discorso alle Camere trasmette una sensazione di disimpegno in attesa di gennaio, eludendo scelte complicate e divisive. Attenti, però, ai testacoda

 

By Alessandro De Angelis

Adesso che il tema Quirinale, con annesse elucubrazioni e retropensieri, è squadernato, è inevitabile che ogni discorso venga letto in controluce per decrittare la reale volontà di Draghi in materia. Né le parole con cui ha chiuso le sue comunicazioni alle Camere in vista del Consiglio europeo suonano come un chiarimento definitivo. Certo, ha ringraziato il Parlamento per un “confronto” che “rafforza l’azione del governo in Europa e lo legittima ulteriormente di fronte ai cittadini italiani”, ma è difficile ravvisare in una formula che molto deve alla circostanza una chiara volontà di dedicarsi all’azione di governo fino alla legislatura, escludendo altre opzioni.

Più in generale è il tono complessivo del discorso a lasciare una sensazione di segno opposto. Perché è vero che questo tipo di comunicazioni non sono mai il luogo per esporre un vasto programma ma il basso tasso di intensità politica utilizzato – e le scelte non sono mai casuali – è apparso come un messaggio ai limiti del disimpegno, anche in relazione al momento, per nulla banale. Dopo la firma del Trattato del Quirinale il vertice di passaggio dalla presidenza slovena a quella francese è un appuntamento che sollecita un approccio particolarmente esigente, alla luce del nuovo asse strategico che vede coinvolta l’Italia. Averlo ignorato nel discorso, come se il governo non avesse un punto di vista, pur avendolo invece, è un modo per evitare i nodi più spinosi e divisivi, ad alta intensità politica, come la denuncia delle ong in relazione, ad esempio, dell’acquisto da parte degli emirati arabi di 80 aerei da guerra Rafaele, il più grande ordine internazionale mai effettuato per questa tipologia di veivolo, avvenuto dopo il tour di Macron nel Golfo di inizio dicembre.

E invece le conseguenze politico-strategiche del Trattato sono ignorate così come ogni dossier “caldo” è evitato, come la questione del Mediterraneo e della Libia, dove tra nove giorni si dovrebbe votare ma è pressoché impossibile che questo accada, il che, considerato il valore strategico della Libia, avrebbe reso non insensato un appello all’Europa teso a sollecitare ogni sforzo al riguardo. Oppure, se non evitato, viene elencato in modo paludato: sui migranti ben al di sotto della scossa alle coscienze contenuta nella denuncia del Papa sui morti ai confini della Bielorussia o nel Mediterraneo; sui flussi evitando il tema dei temi, al centro della campagna elettorale per le presidenziali francesi, e cioè i cosiddetti “movimenti secondari” e il rimpatrio nei paesi di primo approdo, che investe più degli altri un paese di frontiera come l’Italia.

Insomma, se quel che manca è più di quel che c’è, il rendiconto (con vista Colle) trasmette una sensazione di un ottimismo di maniera che elude tutti i punti su cui la politica è chiamata a scelte complicate e potenzialmente divisive. E di un premier che, in attesa di gennaio, ha messo il pilota automatico. Poiché l’alto livello di Mario Draghi e dei suoi sherpa suggerisce l’assenza di casualità nelle scelte, sempre ponderate e meditate, è legittimo interpretare il tutto come un “cambio di fase”, che i ragionamenti che trapelano dai frequentatori di palazzo Chigi confermano. I presupposti oggettivi per cui Draghi è stato chiamato a salvare il paese ci sono ancora tutti, dalla ripresa del Covid all’emergenza economica aggravata dall’inflazione, ma la vicenda del Quirinale, con tutte le sue potenziali conseguenze sugli ultimi mesi della legislatura, ha mutato le condizioni politiche.

È convinzione profonda dei sostenitori dell’ascesa di Draghi al Quirinale che, dopo l’elezione del capo dello Stato, comunque siano destinati a restringersi i margini di agibilità politica con i partiti che avranno la testa alle elezioni, il che inevitabilmente rischia di aumentare gli elementi di logoramento anche del premier. È cambiato il contesto ed è cambiato, in termini di insofferenza, anche Draghi, poco abituato per formazione e ruolo, a misurarsi con le fatiche della politica che, a maggior ragione nell’era del suo declino, è più complicata da gestire rispetto alle stagioni della sua razionalità. Il Quirinale è vissuto in tal senso, come una way out rispetto al pantano annunciato e anche il luogo dove proseguire, in forme diverse, la tutela dei fondamentali dell’interesse nazionale. E se il peso del logoramento è ciò che il cronista, attento agli umori di palazzo Chigi, annota sul suo taccuino e la conseguente volontà di traslocare, la pagina bianca riguarda il “come”, la costruzione politica dell’eventualità, proprio nel momento in cui il sistema dei partiti tra patti, tavoli a vuoto ed evocazione di patrioti non è in grado di gestire la fase. Il rischio, senza una iniziativa, è di avere un governo col pilota automatico e un testacoda sul Colle. E allacciate le cinture. 

C O M M E N T O

Questo è il momento per fare chiarezza su tutti fronti e noi la facciamo già, orientati come siamo a non subire la vergogna che, almeno in Europa, ci accompagna da ben 75 anni. A mio debol parere, i fronti di cogente immanenza sono due: il fronte-Silvio Berlusconi e il fronte-Mario Draghi. Il primo, è la mia impressione, più presto che tardi si porrà (o già s' èposto?) sulla via di una saggia riflessione, come si addice ai furbi che già fiutano l' odore di bruciato, e si può essere certi che in cuor suo la faccenda-Quirinale è sulla buona via della sfumatura. In cuor nostro è già ad acta e ritornarci sopra, dopo la bomba ad orologeria consegnata ai posteri da Fausto Cattaneo, l' agente <undercover>, alias Pierre Tarditi, della polizia ticinese, infiltrato dalle autorità svizzere pulite nella rete del potente affarista brasiliano Juan Ripoll Mari potrebbe, come fu in tempi lontani il pelide Achille per gli Achei, arrecare gravi lutti. Pertanto certissimi possiamo essere che la lingua del Signor Silvio Berlusconi non batterà più dove il suo dentino duole. In altri termini, la partita-Quirinale per lui e i suoi amici (il Gianni ha fatto in tempo a sfilarsi dalla fitta rete di intrighi, lasciando così libertà di manovra all' equivoco ed instancabile confessore del cav, Federico Confalonieri) deve ritenersi definitivamente chiusa. Tranne che . . ., e allora sarebbero guai seri, senza tuttavia minimamente distoglierci dall' idea consolidatasi nel tempo, che l' ingente patrimomnio del cav. è, come quello degli Agnellini di Torino, da considerare <bene comune>, suscettibile di tutte le operazioni immaginili nel tempo a venire, per mettervi le mani addosso.

 

Il fronte-Mario Draghi è più complesso e articolato in quanto, altro a coinvolgere il destino presente e futuro dell' Italia, coinvolge in toto l' esistenza di intere generazioni di giovani già in essere che, è bene ricordarlo sempre, sono chiamate a restituire agli investitori privati il malloppo di miliardi destinato a rimettere in piedi e su solide fondamente l' Italia massacrata da una dissennata malapolitica - senza eccezione alcuna - settancinquennale che si trascina un pesante debito pubblico senza precedenti, tranne il caso della Grecia, nella storia delle democrazie europee (ed oltre). Mario Draghi, in forza della sua riconosciuta maestria di saper mettere in dialogo i numeri pari, dispari e irrazionali trascendenti, è stato invocato per mettere à plomb una grave situazione che stava per precipitare, e fin dall' inizio chiaro è stato (ed è più che mai) che quell' operazione poteva essere condotta soltanto da Palazzo Chigi e non dal Quirinale. Pertanto, come si è avuto modo di percepire da più parti, è lì che deve restare inchiodato per tutta la durata della gestione del PNRR, senza se e senza ma da parte di chicchessia, possa essere una "politica", che mai Politica è stata, che ha fatto harakiri per inettitudine e mancanza di buona volontà nella ricerca di buoni propositi. Una problematica che non risolverà l' esito, qualunque esso possa essere, delle prossime elezioni nazionali, venendo a mancare proprio la materia prima che ogni benpensante può immaginare e che è venuta a mancare in passato. Portanto siano sin ora esperti e studiosi di Diritto di Stato a spremere le meningi in guisa che dalle spremitura possa sgorgare buon senso e rassegnazione, adoperandosi a non ostacolare il lavoro del manovratore e ad accontentarsi di una già generosa metà di emolumenti che per giocoforza dovrà interessare istituzioni periferiche (Regioni, Province e Comuni). Acclarata, cioè messa in chiaro la "questio" Palazzo Chigi, per la "questio" Quirinale altro non v' è che percorrere la via maestra più volte posta all' orizzonte, finalizzata alla consegna di splendore e autorità alla più alta carica dello Stato - senza per questo voler entrare nel merito e nella sostanza dei lasciti dei singoli soggetti che si sono succeduti nel tempo - consegnandola nelle mani, nella mente e nel cuore della Nobildonna Marta Cartabia, certi come siamo, la tappa successiva essere quella dell' elezione del Capo dello Stato come <primus inter pares>, espressione di un voto democratico e popolare dei cittadini, nel contesto di una democrazia corporativa nell' ordine, nel rigore e nella disciplina, giammai, e mai più, nel caos, nel malaffare e nella malapolitica.

 

 

 

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