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(L. Mies v. d. Rohe)

 

Ripensare la città

Secondo Niessen si è solidificata, nel tempo, una tendenza che ha schiacciato lo sviluppo simbolico urbano attorno ad un’unica direttiva: quella del decoro.

Dando prova di un’incredibile agilità, lo scimmione scala l’Empire State Building a New York.Qui, issatosi sulla punta dell’edificio, urlante e terrificante, King Kong – non prima di aver liberato la “bella” che stringeva in un pugno, esibendo un’inaspettata tenerezza – ingaggia un duello con una flotta di aerei giunti per abbatterlo. Allo scimmione riesce persino di acciuffare qualcuno di quei ronzanti apparecchi. Ma si tratta di una vittoria effimera: colpito a morte, precipita nel vuoto. King Kong simboleggia l’ultima eruzione di una natura incontrollabile e indomita, primigenia e oscura, sconfitta dalla tecnologia che nelle fortezze volanti trova uno dei suoi simboli più potenti. La battaglia tra i due mostri – tra il grattacielo e lo scimmione, tra il gigantismo verticale del segno umano e la natura come ricettacolo del primitivo – si conclude con il trionfo del primo. Come ha scritto Antonino Terranova, con King Kong ha inizio «la storia della reciproca esaltazione simbolica dei grattacieli e dei mostri o supereroi dell’immaginario».

La città, in realtà, ha sempre flirtato con l’immaginario della catastrofe. Cinema, fumetto, arte hanno fatto a gara a fantasticare la distruzione della metropoli, periodicamente fatta a pezzi, sventrata, bruciata, sommersa da mostri, alieni, uragani, eruzioni, cataclismi di ogni genere. Questa estasi funeraria, come l’ha chiamata Mike Davis, ha velato la trasformazione – questa sì, reale – che ha cambiato radicalmente il volto (e le funzioni) della città occidentale: la deindustrializzazione che, come scrive Bertram Niessen nel suo Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo (Utet, pag 256, euro 19), ha aperto nel tessuto urbano, simili a crepe, crateri, smagliature, «spazi non determinati e porosi, aperti alla possibilità». Smarrita la sua vocazione industriale, migrate dal suo tessuto le grandi fabbriche novecentesche, la città è stata costretta a reinventare la sua identità e ridisegnare la sua economia non più sulla produzione ma sul terziario, quel bricolage di servizi e attività che ruota attorno alla conoscenza. Spazi abbandonati, scheletri di fabbriche, capannoni in disuso sono però rimasti a bucherellare la superficie urbana: la città ha finito per inglobare, al suo interno, una sorta di cimitero industriale. Che fare di questi spazi? Come reinventarli? A cosa destinarli? Quali identità essi sono in gradi di rispecchiare? È iniziata così la trasformazione del volto urbano, con la città divenuta, scrive Niessen, «un campo da gioco di cui riappropriarsi collettivamente». Per afferrare questa attitudine, suggerisce lo studioso, è necessario però un salto epistemologico. La città non va pensata come qualcosa di fisso, stabile, fermo, inchiodato a una vocazione immodificabile. Al contrario, essa è un organismo mobile, fluido, il cui perimetro è continuamente sfidato e ridefinito dai flussi: dai flussi fisici delle persone che la abitano o la attraversano a quelli virtuali dei dati, a quelli, infine, dei significati simbolici. La città è prima di tutto una macchina di senso, un contenitore semiotico con il quale siamo continuamente chiamati a fare i conti (e a costruire). «La città – argomenta Niessen – è solo in seconda istanza fatta di edifici, di asfalto e di strade. Prima di tutto, la città è fatta di persone che fanno cose assieme. La città non è data: la città si fa».

Ma cosa accade alla città quando essa è costretta a fermarsi? Quando sperimenta quella sorta di grado zero delle sue possibilità che è il rimanere ferma, svuotata dei flussi che la costituiscono? Quando, con il Covid, si è prodotto il «congelamento prolungato di una delle caratteristiche fondative della vita urbana: il movimento» e, con esso, l’ammutinamento della socialità, azzerata dalla necessità di fermare la diffusione di un virus? Il vortice si è arrestato. La città si è fatta immobile, costretta a una immobilizzazione forzata, infilzata – scrive l’autore – da una sorta di «collasso sociospaziale». La pandemia ha risolto la tensione che sempre elettrizza i due poli della nostra vita, la strada e la casa, a tutto favore della seconda: «La casa è divenuto lo spazio in cui si è compressa quasi tutta l’esperienza quotidiana». Quali cicatrici ha lasciato nel corpo della città l’esperienza del lockdown? Come può essa recuperare l’attitudine alla trasformazione, alla polisemia, all’incontro, all’ibridazione che costituisce la sua vocazione più segreta?

Secondo Niessen si è solidificata, nel tempo, una tendenza che ha schiacciato lo sviluppo simbolico urbano attorno ad un’unica direttiva: quella del decoro. La città rischia di essere assoggettata all’istanza «totalitaria» del decoro, dell’ordine, del nitore, del disciplinamento dei corpi che la abitano e attraversano. Il vortice si appiattisce. Da epicentro del cambiamento, anche traumatico, anche incontrollabile, la vita urbana rischia di scadere a semplice prolungamento dell’esistente, a immobilità mascherata per cambiamento. Come rompere, allora, questa stasi? Come restituire alla vita urbana il suo potere simbolico, il suo potere di dar vita a significati nuovi?

La ricetta di Niessen passa per il recupero di una «cultura del disordine» nella quale gli attori sociali, culturali ed economici possano recuperare l’originalità della propria voce, capace di «interferire» attivamente con tutte le altre. «Per le città, aprire la cultura al disordine – e aprire il disordine alla cultura – vuol dire superare la nevrosi del decoro, accettando che le strade, le piazze e gli edifici divengano spazi di presa di parola e di esercizio estetico di individui e gruppi sociali, in particolar modo di quelli più marginalizzati. Abbiamo bisogno di cultura indecorosa e non decorativa, che faccia domande, che sporchi, che ogni tanto non ci faccia dormire e che ci metta scomodi». Un posto abitabile, insomma, anche da King Kong.

Crisi urbana: come riconnettersi con la città

La città, con gli skyline mozzafiato, le strade affollate e i rumori incessanti, è stata per secoli il luogo in cui l’umanità ha trovato rifugio, opportunità e connessione.

Tuttavia, negli ultimi decenni, abbiamo assistito a un graduale declino del senso comune che caratterizza la nostra vita urbana. Le città sono diventate labirinti caotici in cui il senso di appartenenza e di comunità sembra essere svanito nel vortice della modernità.

L’essere umano plasma il centro urbano, ma anche la città stessa plasma l’essere umano e, in un’era in cui le metropoli non rispecchiano più le nostre esigenze, è nostra responsabilità ridare un senso allo spazio che abitiamo.

Bertram Niessen, ricercatore, progettista, docente e direttore scientifico di cheFare (agenzia per la “trasformazione culturale” che, “insieme a comunità, organizzazioni e istituzioni” crea “nuove forme di impatto culturale”, sviluppando progetti), nel suo libro Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo (Utet, 287 pagine, 19 €), propone alcune strategie per superare la crisi urbana.

I fenomeni della crisi urbana

Quali sono i fenomeni che stanno rendendo le città vortici spaventosi, più che seducenti? Il primo è l’ espansione incontrollata, cioè la crescita sproporzionata e disorganizzata delle aree urbane che riduce gli spazi verdi, aumentando il traffico e quindi l’inquinamento.

C’è poi la gentrificazione che riguarda le aree più periferiche e caratteristiche, che vengono trasformate in quartieri di tendenza per ricchi. Si tratta di un fenomeno paradossale perché con l’aumentare del prezzo degli immobili si allontanano le classi popolari e si compromette l’identità socio-culturale del distretto.

Un caso eclatante di gentrificazione è il quartiere Nolo di Milano che, da zona popolare e multiculturale, è diventata cool. Le vecchie abitazioni sono state trasformate in appartamenti moderni, destinati a una nuova classe di abitanti con redditi più elevati e molte botteghe sono state sostituite da posti alla moda. La richiesta di case ha aumentato il costo della vita rendendo difficile per gli abitanti storici del quartiere continuare a vivere lì.

«Questi aspetti - spiega Bertram Niessen - stanno aumentando vertiginosamente le ingiustizie urbane dal punto di vista della povertà, della salute e della vivibilità. Questo vuol dire che facciamo sempre più fatica a vedere le città come spazi collettivi di crescita e miglioramento. Dobbiamo smettere di nascondere le cause delle disuguaglianze, chiamarle in causa e imparare nuovi modi per affrontarle».

Lo spazio urbano ridotto a prodotto di marketing

Da quando il fulcro delle attività produttive si è spostato dal settore industriale al terziario, le città sono diventate più attraenti, un fenomeno che l’autore chiama “disneyficazione”. Alcune sono diventate veri e propri “brand da promuovere”: Roma la città eterna o Parigi dell’amore; la Milano da bere e poi “la città che sale” dopo Expo 2015.

Le città sono però stracolme, costantemente affollate da residenti, pendolari e turisti. Un esempio tangibile di questa situazione è quello di Venezia che ha deciso di contrastare l’impatto umano sull’ambiente fragile della città con una tassa di ingresso per limitare il turismo di massa “mordi e fuggi”.

Per gestire la mobilità dall’esterno all’interno (e viceversa) servono dunque nuove opzioni per ridurre il traffico e l’inquinamento, a esempio favorendo la mobilità dolce e, quindi, l’uso della bici e dei mezzi di trasporto pubblici.

Come sottolinea Bertram Niessen “oggi chi si occupa di cultura urbana deve smettere di inseguire il marketing territoriale e indagare il senso, attraverso il confronto e lo scontro”. È per questo che è essenziale dialogare e trovare nuove soluzioni per evitare che il vortice di crisi locali e globali ci travolga completamente.

Il concetto di abitabilità dopo la pandemia

Come spiega l’autore, «La pandemia ha compresso le funzioni urbane nel domestico, facendo detonare le contraddizioni»; molti hanno avuto difficoltà a immaginare il loro futuro in città, soprattutto chi si è trovato a pagare affitti esorbitanti per vivere in un piccolo monolocale claustrofobico, mentre gli amici in provincia godevano di una vita migliore nelle loro case con giardino o vista mare.

Insieme ad altri elementi come il costo della vita, lo stress e l’inquinamento, il Covid ha innescato un cambiamento radicale, mettendo in discussione le concezioni tradizionali sulle città e sulle dinamiche sociali, soprattutto perché il lavoro da casa ha reso meno indispensabile vivere vicino all’ufficio.

«La dimensione sociale della casa è un rimosso che bussa alle porte del dibattito pubblico da decenni - sottolinea l’autore - è diventata evidente la frattura tra chi è proprietario (magari di case grandi, o magari di più case) e chi non lo è. Oggi questa disuguaglianza reclama spazio politico, culturale, simbolico».

Ma non è solo una questione di libertà e costi. La mancanza di connessione sociale e il senso di appartenenza sono diventati problemi seri. Abbiamo bisogno di comunità solide nelle città, perché la connessione sociale, la solidarietà e il senso di appartenenza sono fondamentali per il nostro benessere individuale e collettivo.

Riconnettersi con la città

Non è ancora tutto perduto, ma le metropoli devono adattarsi alle persone. Di conseguenza, il ritmo urbano dovrebbe essere dettato dai cittadini anziché dalle automobili o dal profitto. Inoltre, ogni spazio dovrebbe essere flessibile e adattabile per svolgere diverse funzioni; per esempio, le attività quotidiane di base dovrebbero poter essere svolte nel proprio quartiere, in modo da ridurre lo stress, soprattutto di fronte a imprevisti.

Come ci ricorda Niessen anche il mondo è la nostra casa, quindi per contrastare il cambiamento climatico, dobbiamo costruire percorsi di collaborazione che mettano insieme «gli abitanti umani e quelli non umani (animali domestici e selvatici, piante, e oltre) implementando soluzioni verdi e solidali».

Il senso perduto di comunità 

C’era un bambino, che amava sedersi sulla sponda del fiume, dopo un temporale e guardare, con occhi sognanti l’arcobaleno. Un gioco di acque riflesse nel sole, un nastro di pioggia e colori, una seta lunga e sottile dalla vita breve. Il bambino chiudeva gli occhi perché non svanisse nel cielo morbido con il primo sole. Lo guardava specchiarsi nell’acqua senza patria del fiume, un riflesso diviso tra due mondi a metà. Quel bambino divenne uomo e studiò architettura. Si chiamava Mimar Hayruddin e fu lui a pensare che quell’arco doveva diventare realtà, non svanire a ogni sole. Così progettò un arcobaleno di pietra, che unisse le due parti della città: quella musulmana e quella cristiana. Era il 1566 e per ordine del sultano Solimano Mimar costruì quel ponte sulla Neretva, che ancora oggi dà il nome alla città di Mostar, nel sud della Bosnia-Erzegovina. Non so se sia andata davvero così, ma mi piace pensarlo e quel ponte divenne un simbolo: per secoli quel sottile ed elegante arco di pietra che univa due mondi, due modi di pregare dio, due storie diverse fu la testimonianza di come sia possibile convivere nella diversità. Così nasce una comunità, dalla volontà di non pensarsi diversi, di volere condividere spazi e tempi, di pensare insieme a un domani comune. «Comunità» è una parola calda, che evoca intimità, la pronunciamo con una certa nostalgia. Infatti, mai questo termine è stato usato come da quando ne sentiamo la mancanza. Perché? La dilatazione delle aree urbane e la frammentazione del lavoro hanno inferto un primo colpo a quei rapporti «faccia a faccia» che ci facevano sentire parte di una comunità. Il cittadino è progressivamente diventato più solo e isolato. La città finisce così per frammentare il suo spazio e i legami tra le persone, dando vita ad aggregazioni ridotte, che non si trasformano mai in comunità vere e proprie. A questo si aggiunga che la crescente rapidità di movimento. L’accelerazione impressa alle nostre esistenze e ai flussi di informazione che quotidianamente ci avvolgono, ci hanno portato a vivere in un eterno presente, privo di passato e di memoria. L’ora e il qui diventano preponderanti rispetto al tempo passato e a quello futuro. È la surmodernità, un’accelerazione della storia in cui la rapidità ha annullato le distanze, e pertanto il tempo prevale sullo spazio. Il progressivo venire meno di quei rituali collettivi, che contribuivano a mettere in scena una società, induce una progressiva perdita della memoria e del senso di appartenenza. I rapporti si fanno più fugaci e meno durevoli. La sempre più massiccia presenza di tecnologia mobile di comunicazione interferisce non poco nella formazione delle relazioni umane. La sola presenza di telefoni mobili iniretva, insignificante dal punto di vista strategico, è stato distrutto dalle artiglierie nemiche. Perché era un simbolo troppo forte per chi invece, e oggi sono molti, vuole dividere. Eppure di ponti abbiamo bisogno anche per guardare avanti. Il futuro, il nostro e quello degli altri, è su un’altra sponda: come raggiungerla? Con la coscienza. Con la coscienza e la responsabilità che dovremmo provare per chi viene dopo di noi. Sono questi i materiali che dobbiamo usare per costruire quel ponte. Se non riusciamo a costruire ponti allora facciamoci contrabbandieri, come diceva il compianto Alexander Langer. Se al mondo c’è chi traccia confini disegnati su presunte identità, su false razze, sul colore della pelle allora dobbiamo cercare di attraversare quelle frontiere, di frodo magari, per portare al di là della linea ciò che manca. È questo che facevano i contrabbandieri. Il contrabbando è un’attività illegale, che si muove ai margini, ma che spesso risulta necessaria alla sopravvivenza di una comunità. La storia dell’umanità intera è fatta di contrabbando: come si è diffusa la scrittura, l’agricoltura, la scienza? Grazie al contrabbando di idee da una comunità all’altra. Oggi è il tempo di contrabbandare la coscienza, la coscienza di essere tutti umani

(Ri)educazione alla cittadinanza. 

L’astensionismo e il senso perduto della “polis”

L’astensionismo e il senso perduto della “polis” Si è molto parlato, in questi giorni, dei vincitori e degli sconfitti del voto di domenica scorsa. È stata anche segnalata, con allarme, in particolare su queste pagine, la crescita dell’astensionismo, con i votanti scesi al 60%, sette punti in meno rispetto alle amministrative del 2012. È necessario però tornare e insistere sul significato che questo fenomeno assume in una tornata elettorale specificamente dedicata al rinnovo delle amministrazioni comunali. Si attribuisce spesso l’astensionismo alla lontananza della politica, fatta nei palazzi del “potere romano”, dai reali problemi della gente. Il cittadino medio a volte stenta a rendersi conto che le leggi varate nelle aule parlamentari incidono poi in modo decisivo sul suo tenore di vita quotidiano e, di conseguenza, è via via diventata più forte in lui la tentazione di considerare irrilevante la scelta dei suoi rappresentanti a livello nazionale. In questo caso, però, non si trattava dei “massimi sistemi”.

Non erano in questione le grandi scelte della politica economica e di quella internazionale, ma i problemi che le persone si trovano a vivere nella loro quotidianità – la qualità dei trasporti, l’accesso agli asili-nido, la pulizia delle strade. Per questo il livello dell’astensionismo in queste elezioni deve preoccuparci ancor più di quello nelle consultazioni nazionali. Perché rivela la perdita, in larghe fasce della popolazione, non solo del senso dello Stato, già da tempo consumata, ma anche dell’appartenenza, più elementare, alla comunità cittadina, da cui dipende, anche terminologicamente, la cittadinanza. Perché una città non è innanzi tutto un insieme di edifici, di strade, di servizi – quello che i latini chiamavano urbs – ma un tessuto di relazioni umane che stringono coloro che ne fanno parte in un unico destino (in latino, civitas, in greco polis). Lo stesso insieme urbanistico, con le sue strutture di cemento e di pietra, non è altro che il racconto che questa comunità fa di se stessa nel tempo, costruendo, ricostruendo, o anche semplicemente abitando gli edifici, le strade, le piazze.

È a questo livello che si dovrebbe acquisire il senso della cittadinanza politica, imparando nella vita di ogni giorno cosa significa perseguire, con i propri sforzi e i propri sacrifici, un bene comune che può rendere più umana la vita di tutti e da cui trae la sua esistenza la comunità. Senza questa esperienza, il grande racconto con cui la città esprime se stessa, sia pure in una fisiologica diversità di toni e di punti di vista, si disgrega in una babelica molteplicità di rivendicazioni, di proteste, di accuse reciproche. E se questo accade nell’ambito cittadino, c’è da aspettarsi purtroppo che diventi impossibile, a maggior ragione, quella partecipazione responsabile al governo della nazione che la formula democratica implicherebbe.

La reazione più drammatica, di fronte a questa involuzione, è la muta disperazione di chi, evidentemente, percepisce l’irrilevanza della propria voce in questa Babele al punto di rinunziare perfino alla contestazione. È un atto di denunzia, più eloquente di qualunque “voto di protesta”, della difficoltà delle nostre città di essere ancora raccolte intorno a dei fini che siano veramente comuni, e non rispecchino solo interessi di partiti, di gruppi, se non addirittura di singoli. Il problema allora riguarda la qualità della cittadinanza non solo di quelli che si sono astenuti, ma anche di coloro che sono andati a votare e degli amministratori che sono stati eletti. La risposta corretta a questa crisi non sono certo gli slogan propagandistici che in questi giorni vincitori e vinti si scambiano, pensando già alle prossime occasioni di scontrarsi e di misurare le proprie rispettive forze. Si tratta, piuttosto, di avere il coraggio di ripensare la politica a partire dall’esperienza concreta della polis, della città.

E il primo passo da fare, al di là delle diverse prospettive in campo, è di restituire alla gente la sensazione di essere ascoltata e di poter avere un ruolo nel decidere il destino comune. Questo comporta che si cerchi di creare – in tessuti urbani dove proliferano quelli che Marc Augé chiama “non luoghi” – spazi di comunicazione tra i cittadini, e tra i cittadini e i loro amministratori. Comporta soprattutto, però, che questi spazi si aprano dentro le persone. Per far rinascere dal basso la vita pubblica bisogna metter mano, proprio a partire dall’esperienza delle città, a una radicale opera di (ri)educazione alla cittadinanza, su basi non solo tecniche, ma innanzi tutto etiche. Se non vogliamo che sempre più numerosi siano coloro che si rintanano nel privato, non perché peggiori degli altri, ma per disperazione.

*Un articolo del 2013 apparso su Avvenire che nulla ha perso in attualità e che dovrebbe farci riflettere sul destino della città e sulle possibilità di sottrarla all’ azione distruttrice del cosiddetto homo sapiens.



 

Cos' è una casa?

A tu per tu con Emmanuel Carrère sul suo ultimo libro Kolchoz

Abbiamo incontrato uno dei più grandi scrittori viventi: in occasione dell'uscita di Kolchoz in Italia, Carrère ci racconta in esclusiva come le case e gli spazi della città diventino la chiave per leggere la genealogia della sua famiglia.

di Francesca Critelli e Gabriele Ferraresi

L’appartamento dell’Institut de France è troppo grande per due persone e troppo ufficiale per essere davvero una casa. “Non mi sarebbe certo piaciuto abitarci” dice Emmanuel Carrère a Domus mentre ci troviamo a Roma, al Caffè delle Arti. Lo scrittore francese è arrivato da pochi giorni e dice di voler imparare l’italiano.

Senza troppa nostalgia e con lo stesso disincanto che attraversa tutta la sua opera, racconta dell’“appartamento di rappresentanza” assegnato temporaneamente alla madre Hélène Carrère d’Encausse, storica e accademica, quando è diventata secrétaire perpétuelle dell’Académie française. 

È da quello spazio monumentale, svuotato dopo la morte della madre, che prende avvio Kolchoz, il nuovo libro dell’autore pubblicato in Italia da Adelphi. Il gesto di liberare la casa innesca un’indagine familiare che attraversa generazioni, paesi e sistemi politici.

Più che un memoir lineare, Kolchoz prende la forma di una geografia affettiva. Stanze, corridoi, alberghi, case di campagna e piscine comunali diventano i punti di una mappa attraverso cui Carrère ricostruisce la storia della propria famiglia e, insieme, quella del Novecento in cui è ambientata: l’emigrazione russa, l’Unione Sovietica, la Francia delle istituzioni, la provincia contadina, i riti del potere e quelli, infinitamente più fragili, della vita domestica.

I luoghi che fanno parte di questo libro sono dispositivi narrativi che rivelano chi sono davvero i personaggi e la natura profonda delle loro relazioni. 

L’appartamento all'Institut de France

“Era un po’ un mausoleo”, racconta Carrère dell’appartamento dei genitori. Lui ci andava per dovere filiale, non certo per piacere. I suoi figli, invece, lo adoravano: “C’era un soggiorno immenso, per loro era un campo da calcio”.

Carrère descrive un interno quasi teatrale: “oltre ai vari locali di ricevimento, ognuno di loro due aveva uno studio”. Quello della madre “grandissimo, maestosissimo, con le finestre che davano sulla Senna”. Quello del padre, in fondo all’appartamento, su “una strada un po’ buia, con tappezzerie scure”. La casa restituisce architettonicamente il rapporto fra i genitori: vivevano da separati. “Lo studio di mia madre era lo yang, quello di mio padre era lo yin”. E così l’appartamento, dice lo scrittore a Domus, era “il dispositivo della loro vita”. 

Per lui, invece, il significato stesso di “casa” coincide proprio con una forma di relazione: “è inevitabilmente legata alla famiglia, o almeno alla coppia. La condizione di single e la casa sono un po’ antinomiche”. E invece del fastoso appartamento sulla Senna, predilige ambienti ordinari: “mi piace molto lavorare nei bar, andare al caffè la mattina a lavorare. Lo faccio anche qui, a Roma”, dove alloggia temporaneamente in una casa in prestito da un amico.

Ecco perché una “vera casa” per Carrère e quella dello zio Nicolas, descritta minuziosamente in Kolchoz come un “bozzolo da cui non c’è bisogno di uscire”. Dopo anni trascorsi in stanze provvisorie, infatti, lo zio finisce per vivere in periferia, in una casa che sembra l’opposto del mausoleo materno: uno spazio caldo, pieno di libri, fotografie e tracce sedimentate, in cui vive con la sua compagna. “È come una dacia”, dice. “E in quella dacia mi trovo molto bene.”

La minuscola casa a Cazères

Se l’appartamento dell’Institut è l’emblema del potere, la casa della nonna paterna a Cazères, vicino Tolosa, ne rappresenta l’opposto assoluto. “Era minuscola, mal disposta, ma era una vera casa. Là eravamo una famiglia”. Nel ricordo di Carrère, quel luogo custodisce l’immagine di una Francia provinciale ancora scandita da rituali semplici e da un senso condiviso di prossimità. Idealizzando: quel luogo conserva l’esperienza di un mondo “malgrado tutto meno duro, in cui si poteva guardare al futuro con più fiducia.”

È sempre a Cazères, nella piscina comunale con “i gradini di ceramica azzurra”, che si colloca uno dei ricordi più significativi della sua infanzia: lui bambino che impara a nuotare sotto lo sguardo felice della madre. È un episodio che aveva già raccontato in Un romanzo russo, ma che in Kolchoz diventa il gancio per una riflessione più ampia: mentre il mondo potrebbe trovarsi “davanti alla fine della democrazia […] non è forse fuori luogo scrivere della propria piccola vita?”

Glielo chiediamo anche noi, ancora una volta, nel giardino del Caffè delle Arti. Carrère risponde con un metodo più che con una teoria: “ho cercato di raccontare la vita dei miei genitori e dei miei nonni mettendola in rapporto con gli eventi storici mondiali che le attraversavano”. Il leitmotiv della sua produzione letteraria.

Se le case francesi raccontano la dimensione più intima della memoria, l’Hotel Ukraina restituisce quella geopolitica. Carrère vi soggiorna per la prima volta da bambino, accompagnando la madre in Unione Sovietica per un congresso. Figlia di esuli russi, Hélène Carrère d’Encausse manteneva con quel mondo un legame profondo.

L’edificio è uno dei celebri grattacieli staliniani, le Sette Sorelle di Mosca, emblema del classicismo socialista che Stalin aveva fatto suo. Carrère, all’Hotel Ukraina, dedica ben quattro capitoli, in momenti differenti della narrazione.  

Lo descrive come un luogo che dava l’impressione di essere nella “Gotham City di Batman”. Nei ricordi di Carrère, quell’hotel è l’Urss in forma di edificio: “maestoso, minaccioso, impressionante, assoluto. Doveva essere lusso, ma il comfort era inferiore a quello di un motel nell’Arkansas”. 

 Oggi, diventato l’Hotel Radisson-Royal, gli appare completamente mutato: impeccabile, occidentale, ma privo di quella densità simbolica che lo rendeva unico. Come i magazzini Gum “diventati un mall”, la trasformazione dell’hotel riflette quella di Mosca e San Pietroburgo, città che negli ultimi decenni “si sono terribilmente occidentalizzate, e quindi banalizzate”.

Ma fuori dalle metropoli, dice, non è cambiato quasi nulla: “La Russia profonda è cambiata pochissimo… A Perm, a Omsk, si è davvero impantanati in una specie di miseria sovietica” dove il carattere delle persone è rimasto pressocché identico nel tempo, “una miscela di brutalità e sentimentalità”. 

Abitare transitorio

Kolchoz nasce da materiali concretissimi: archivi, dossier, genealogie raccolti dal padre nel corso di decenni e custoditi nello studio dell’Institut de France, quello spazio appartato in cui, racconta Carrère, “non si sapeva bene cosa facesse”. Molte delle ricerche necessarie per ricostruire la storia familiare erano già lì, pronte. Come se il libro avesse aspettato lì per anni.

Ma quando il discorso si sposta sul proprio modo di abitare, Carrère abbandona ogni certezza.

 “Da adulto mi sono spostato molto. In fondo tutti i luoghi in cui ho abitato si sono rivelati transitori”. L’idea stessa di una dimora definitiva sembra appartenergli poco. D’altronde, quando gli si chiede come vive la città e in che modo si sposta, Carrère dà una risposta da flâneur disciplinato: sventolando una mappa in mano, quella che ha comprato per il suo soggiorno temporaneo a Roma, dice che comunque preferisce “camminare a caso”, per il piacere elementare di perdersi.

Alla fine, quando gli chiediamo quale forma avrebbe il suo spazio interiore, Carrère sorride e risponde: “Uno spazio a geometria variabile”.

Eppure, quando pensa al luogo più importante della sua vita, torna con la memoria a quella piccola casa di Cazères.

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Emmanuel Carrère (Parigi, 1957) è uno scrittore, sceneggiatore e regista francese. È tra le voci più importanti della narrativa contemporanea, noto per opere che intrecciano reportage, autobiografia e invenzione letteraria. Tra i suoi libri più rilevanti, L’avversario, Un romanzo russo, Limonov, Il Regno, Yoga e V13, in Italia editi da Adelphi. Carrère ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Prix Renaudot, il Prix Femina e il Prix Médicis, oltre al Prix de la langue française per l’insieme della sua opera.

Come sceneggiatore ha firmato, tra gli altri, Il mago del Cremlino (2025, diretto da Olivier Assayas), adattamento del romanzo di Giuliano da Empoli, e ha collaborato a trasposizioni cinematografiche dei propri libri: dal romanzo Limonov è stato tratto l’omonimo film diretto da Kirill Serebrennikov (2024), presentato al Festival di Cannes.

Con Kolchoz torna a esplorare la propria genealogia familiare e il rapporto tra storia privata e storia europea. In Italia, Emmanuel Carrère presenta Kolchoz al Teatro dal Verme di Milano, il 4 maggio 2026, e al Salone Internazionale del Libro di Torino, il 15-16-17 maggio.

 

Identità e sviluppo nelle città di domani

 


Infrastructure

InterviewCities

La cultura per un futuro urbano. La crescita della popolazione urbana in tutto il mondo impone la necessità di amministrare megalopoli in equilibrio tra crescita, senso di comunità e continua evoluzione. Ne parliamo con Paolo Verri, esperto di progettazione culturale per amministrazioni locali e grandi eventi, autore de "Il paradosso urbano"

Marzo 2025 - By Daniele Monaco

 

Dal 2015 la maggior parte degli esseri umani del pianeta vive in una città, una quota di popolazione destinata a raggiungere il 68% entro il 2050. Nel 2030 il 9% sarà concentrato nelle 33 città più grandi del mondo, dove sarà prodotto il 15% del Pil globale. La “capitale delle città” non sarà europea od occidentale, ma sarà in Asia e non sarà nemmeno cinese, bensì Giacarta, capitale dell’Indonesia, che nel 2030 avrà ben 35 milioni di abitanti, la più grande del mondo.

Come immaginare lo sviluppo urbano in uno scenario simile? Quale ruolo attribuire alle città del futuro come habitat di una comunità civile? Come progettare e fornire le risposte ai bisogni di vita, lavoro, mobilità e socialità dei cittadini?

Da qui parte la riflessione di Paolo Verri, professore di Sviluppo urbano e grandi eventi allo IULM di Milano e allo IED di Torino, autore de “Il Paradosso urbano” (Egea), con le storie di nove città che hanno superato crisi, adottato strategie innovative e raggiunto risultati concreti.

«Le città saranno sempre di più i luoghi in cui si elaborerà il futuro del pianeta, in cui si sperimenteranno nuovi modelli sociali e tentativi di pace permanente, in cui si svilupperanno una ricerca di frontiera e insieme modelli di cooperazione culturale inediti – è il messaggio del volume -. Centrale non sarà tanto competere, quanto scambiarsi buoni progetti e buone informazioni» e non lasciarsi appagare dai risultati.

Sì, perché «una città è come una tartaruga che si muove lentamente ma in modo costante, fatta di cittadini e coalizioni che tentano di raggiungere la trasformazione nel cambiamento – spiega Verri, parafrasando “Il paradosso urbano” -. I sindaci, come Achille, non la raggiungeranno mai. La tartaruga si sposterà sempre quel minimo che rende impossibile ottenere la perfezione. Lavorare significa essere sempre in tensione verso il futuro».
 

Nuovi modelli culturali per nuovi modelli urbani

Cultura, partecipazione, condivisione di obiettivi, relazioni e conoscenza: è quanto assume rilevanza per il futuro di città in transizione ma coese. «Chi si occupa di sviluppo urbano si occuperà sempre più di condivisione degli obiettivi culturali, di erogare nuovi tempi e stili di vita comuni, e sempre meno di economia – è la previsione di Verri -. Il ruolo della politica è costruire una coalizione che guardi al futuro, coinvolgere la cittadinanza per costruire 'pezzi di città'. Parole come 'turisti, consumatori, pubblico' andrebbero abolite: devono esistere solo 'cittadini temporanei' che si prendano cura delle città in cui vanno. È lo spirito Unesco: un bene non è proprietà dei cittadini, ma del mondo».

Ma come un approccio culturale può dare forma alle nuove città? Verri osserva la trasformazione in corso, partendo da lontano. «Il modello urbano europeo deriva da quello del XIII° secolo che ha visto lo sviluppo delle piazze di mercato sulla direttrice italo-franco-belga e quella tedesca – ricorda -. Oggi, la prima grande sfida è ragionare sull'assenza del denaro fisico come strumento obsoleto. La storia recente vede il passaggio da città come luoghi dove si commercia a luoghi dove si socializza e si scambia sapere. Ma, a dispetto della piazza virtuale, aumentano i viaggi per un'esperienza fisica e di incontro: sarebbe erroneo chiamare questo fenomeno 'overtourism', siamo tutti turisti nello scambio di sapere».

La storia, dunque, ha visto nel «modello europeo l'emergere delle piazze come luoghi di incontro, dove domina la stanzialità che genera socialità e chiare forme di democrazia urbana» dall'altro la struttura fisica delle città nordamericane, africane e talvolta asiatiche prevede «assi di scorrimento lineari, dove la sosta è breve e prevale la dimensione del movimento per entrare e uscire».

Ebbene, uno dei modelli più dibattuti e forse ambiti è ultimamente la “Città dei 15 minuti”, accanto al diffondersi delle Zone 30, che «ripristina quel modello pre-novecentesco massacrato dalla necessità di una sola grande versione di impresa della mobilità e dell'auto privata – commenta Verri -. La forma urbis dovrebbe servire a creare socialità, ma le città si devono dare elementi di reciprocità forti, servizi coerenti e conseguenti».

Una necessità che dovrebbe emergere nei possibili modelli di mobilità: «Lo sharing di auto o bici sostituisce beni privati e potrebbe essere gestito da cooperative, per una mobilità a percorrenza in determinati quartieri, come già avviene nei campus universitari o nei centri commerciali. I giovani desiderano sempre meno l'automobile privata e in futuro i cittadini vorranno sempre più mobilità pubblica, come elemento fondamentale nella scelta dello sviluppo urbano. Il garage, per esempio, da primissima necessità negli anni '80-90, diventerà sempre più un luogo per stoccare energia».
 

Cooperare, partecipare

Le città esprimono il proprio ruolo su modelli cooperativi con altre città, volendo talvolta bypassare i sistemi statali, un vestito stretto messo in discussione anche dalle cosiddette “nazioni digitali”. Al di là degli equilibri geopolitici e dell'opportunità digitale, con la sua insopprimibile dicotomia tra sicurezza e libertà, la cultura assume sempre più un ruolo nel tenere insieme le persone e fare in modo che le città non siano solo “aggregati urbani”, ma tavoli di partecipazione fatta con i corpi. «Le generazioni precedenti lavoravano più di 700mila ore in una vita, noi non lavoreremo più di 450mila ore e nel rimanente tempo ci occupiamo di cultura in diverse forme. Possiamo metterlo a disposizione delle comunità e delle città come grandi dispositivi per condividere obiettivi sociali».

Gli strumenti disponibili sono diversi: modalità di partecipazione innovative, coalizioni pubblico-privato capaci di convergere su un'idea di bene comune, grandi eventi che possano stimolare il cambiamento all'interno delle città. Alcuni esempi? In Italia il rinnovamento dell'identità di Torino, da città post industriale a capitale del design e città universitaria in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006 e l'epopea di Matera, città del sud Italia lontana dalle rotte turistiche che ha cambiato il suo destino diventando Capitale europea della cultura, nel 2019. Città come “luoghi dove accadono le cose” e dove le persone realizzano progetti di vita sulla base di un immaginario culturale e di ideali scelti, condivisi all'interno di una comunità. Le altre protagoniste del libro sono Barcellona, Pittsburgh, Lione, Milano, Istanbul, Tokyo e Wroclaw.

«Oggi abbiamo un numero infinito di prodotti culturali per capire meglio la società e per costruire nuovi strumenti non in solitudine ma insieme agli altri: se lo scopo della nostra vita è stare insieme, costruire relazioni soddisfacenti e guardare alla felicità come obiettivo della propria vita, occorre partire da lì - conclude Verri -. Certo, bisognerebbe impostare un esercizio socioculturale che ci consenta di vivere tutti meglio con molto meno, ma su questi temi siamo refrattari ad aprire un discorso...».

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Daniele Monaco - Giornalista freelance, ha collaborato con Ansa, QN-Il Giorno e con Wired Italia. Scrive di Economia e Internet, affiancando anche uffici stampa e agenzie di comunicazione come copywriter e consulente per la produzione di contenuti inerenti la trasformazione digitale, innovazione, sostenibilità, Industria 4.0, per realtà corporate, associazioni, enti pubblici, consorzi e startup. Professionista dal 2010, si è laureato all'Università degli Studi di Milano, città dove risiede e ha conseguito un master in Giornalismo presso l'Università Cattolica.

Sociologia abitativa e Sociologia urbana

La sociologia abitativa (o sociologia dell'abitare) è una branca della sociologia che studia la casa non solo come struttura fisica, ma come spazio sociale, relazionale e culturale. Questa disciplina analizza come l'alloggio influenzi la vita delle persone, le dinamiche familiari, l'inclusione sociale e le disuguaglianze economiche.
Mentre l'architettura si occupa della progettazione e l'urbanistica della gestione del territorio, la sociologia abitativa si concentra sull'interazione tra l'uomo e lo spazio domestico. 
I principali ambiti di studio della disciplina si dividono in tre grandi macro-aree:
 
 1. Identità e relazioni sociali
  • La casa come specchio del sé: L'abitazione viene analizzata come un simbolo di identità. È il luogo in cui si costruisce l'autonomia personale o in cui si riflettono dinamiche di genere e di potere.
  • Relazioni di vicinato: Studia come la vicinanza fisica si traduca in legami di solidarietà, cooperazione o, al contrario, in conflitti e isolamento.
 2. Disuguaglianze e politiche pubbliche
  • Esclusione sociale: La mancanza di una casa o la precarietà abitativa sono tra i primi fattori di emarginazione. I sociologi studiano i meccanismi che causano la segregazione residenziale e la povertà abitativa. 
  • Politiche abitative: Analizza l'impatto delle decisioni politiche e del mercato immobiliare sulla distribuzione della ricchezza e sul benessere dei cittadini. 
 3. Nuove forme di abitare collaborativo
 
Negli ultimi anni, la sociologia dell'abitare si è concentrata molto sui nuovi modelli residenziali che cercano di ricostruire il legame sociale: 
  • Cohousing: Comunità residenziali in cui i privati uniscono spazi abitativi autonomi a ampie aree comuni condivise. [1]
  • Social Housing: Progetti immobiliari mirati a offrire alloggi a prezzi accessibili a fasce sociali svantaggiate, integrando servizi per favorire la socializzazione. 
  • Senior Housing: Soluzioni pensate per la popolazione anziana autosufficiente, focalizzate sulla vita indipendente ma in contesti collaborativi e protetti. 
 
In sintesi, per la sociologia abitativa la casa non è semplicemente "mattoni e malta", ma il mezzo primario attraverso cui viene costruita e riprodotta la società. 
 
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La sociologia urbana è la branca della sociologia che studia la vita sociale, le relazioni umane e i comportamenti collettivi all'interno delle aree metropolitane e urbane. 
Cosa studia
Il rapporto uomo-città: Analizza come lo spazio urbano influenzi la vita delle persone e come, viceversa, i cittadini trasformino l'ambiente in cui vivono. 
Le disuguaglianze e i conflitti: Esamina i fenomeni di povertà, la segregazione spaziale, la divisione in classi e la competizione per le risorse. 
Le dinamiche comunitarie: Studia le forme di aggregazione, le reti di vicinato, i movimenti sociali e i cambiamenti culturali legati all'urbanizzazione. 
La pianificazione e le politiche: Fornisce dati e spunti critici utili per l'urbanistica, la riqualificazione dei quartieri e la gestione delle amministrazioni locali. 
Origini ed evoluzione
La disciplina nasce tra l'Ottocento e il Novecento in risposta alla rapida industrializzazione e alla crescita delle grandi città. Tra i pionieri figurano i classici del pensiero sociologico (come Max Weber e Karl Marx) e, successivamente, la celebre Scuola di Chicago negli anni '20, che ha interpretato la città come un vero e proprio laboratorio sociale

La sociologia urbana è un'area fondamentale della sociologia che si occupa dello sviluppo, delle strutture, degli stili di vita e dei problemi delle comunità negli spazi urbani. Esamina come la convivenza nelle città plasmi il comportamento umano, le relazioni sociali e l'organizzazione della società. Ecco una breve panoramica delle principali dimensioni di questo campo:

 

1. Temi chiave: Urbanizzazione e sviluppo urbano: la diffusione storica e attuale delle città e la crescita della popolazione urbana rispetto alle aree rurali. Segregazione sociale: la separazione spaziale dei gruppi di popolazione in base al reddito, all'etnia o allo status sociale (ad esempio, l'emergere di quartieri di lusso rispetto a zone di ritrovo sociale). Gentrificazione: la trasformazione strutturale delle aree urbane in cui la popolazione residente (spesso a basso reddito) viene soppiantata da gruppi più ricchi. Urbanità e stile di vita: come la densità, la diversità e l'anonimato della città modificano la psicologia e il comportamento sociale delle persone (ad esempio, l'emergere di specifiche sottoculture). Sociologia dello spazio: la questione di come viene prodotto lo spazio sociale e di come l'architettura progettata influenzi l'azione sociale.

 

2. Tappe fondamentali e teorie Epoca / Scuola Focus principale Rappresentanti principali Modernismo classico La città come luogo di modernità, economia monetaria e sovraccarico sensoriale psicologico. Georg Simmel (“La metropoli e la vita mentale”), Max Weber Scuola di Chicago (anni '20/'30) Ecologia urbana; la città come “organismo” con zone naturali e guerre territoriali. Robert E. Park, Ernest Burgess, Louis Wirth (“L'urbanistica come stile di vita”) Nuova sociologia urbana (dagli anni '70) Approcci critici e marxisti; la città come luogo di accumulazione di capitale e conflitto di classe. Henri Lefebvre (“Il diritto alla città”), David Harvey, Manuel Castells La città globale (dagli anni '90) L'interconnessione delle metropoli nel corso della globalizzazione e la conseguente polarizzazione sociale. Saskia Sassen 3. Sfide attuali nella sociologia urbana Nel XXI secolo, la ricerca si concentra principalmente sulla Smart City (digitalizzazione dello spazio urbano), sui cambiamenti climatici (sviluppo urbano sostenibile, isole di calore urbane), sugli alloggi a prezzi accessibili e sulle dinamiche della città post-migratoria. Vorresti approfondire un argomento specifico?

Nella sociologia urbana, il termine "Le tre domande" si riferisce solitamente alle domande fondamentali che definiscono la relazione tra spazio e società, o alle domande classiche della Scuola di Chicago. A seconda del contesto teorico, questo si riferisce solitamente a una delle due triadi seguenti:

1. Le classiche domande guida della sociologia urbana (riguardo allo spazio e alla società): Queste tre domande costituiscono il fondamento di quasi ogni studio sociologico urbano: 1. In che modo la società plasma lo spazio? (Quali forze economiche, politiche e sociali determinano come le città vengono costruite, strutturate e divise?) 

2. Come lo spazio plasma la società? (In che modo architettura, densità, anonimato e quartieri influenzano il comportamento, la psicologia e le relazioni delle persone?) 

3. Come sono distribuiti i gruppi sociali nello spazio? (Quali meccanismi portano a fenomeni come segregazione, disuguaglianza o gentrificazione?) 

4. Le tre domande fondamentali di Louis Wirth (Scuola di Chicago): Nel suo famoso saggio "L'urbanistica come stile di vita" (1938), Louis Wirth definì la città utilizzando tre variabili sociologiche fondamentali. Da queste derivano le tre domande guida sugli effetti della vita urbana: Variabile La domanda di fondo Impatto sociologico Dimensione In che modo una popolazione enorme cambia l'interazione sociale? I contatti diventano più fugaci, segmentati e impersonali. Densità Cosa succede quando molte persone vivono in uno spazio ristretto? Porta a differenziazione sociale, specializzazione e sovraccarico sensoriale. Eterogeneità In che modo l'estrema diversità delle persone ci influenza? Le strutture di classe tradizionali si disgregano; Emerge un'elevata mobilità sociale, ma anche instabilità.

Quale futuro per l' abitare alla luce di una crescente crisi economica?

Il futuro dell' abitare si sta ridefinendo attorno a un cambio di paradigma: la casa non è più intesa solo come bene di proprietà individuale, ma come servizio flessibile ed ecosistema sociale integrato per rispondere a una crisi economica che vede l' Europa e l' Italia in forte deficit abitativo. Con una carenza stimata di 9,6 milioni di alloggi in Europa (oltre 1,3 milioni solo  In Italia), l' architettura, l' urbanistica e i modelli di businnes si stanno muovendo verso soluzioni ibride e accessibili.

L'  Affordable Housing Act può essere considerata una risposta normativa?  A livello istituzionale, la Commissione Europea ha introdotto l' Affordable Housing Act, un quadro normativo che mira a considerare la casa come un diritto e non come una mera merce.Questa misura concede magiǵiori poteri ai Comuni per:

  • Porre limiti stringenti sugli affitti brevi (un fenomeno che a Milano assume i caratteri di uno scandalo) e sulle secondo case nelle aree ad alta tensione abitativa.
  • Regolamentare le gestione degli immobili sfitti per rimetterli sul mercato a prezzi calmierati.
  • Utilizzare il rapporto tra prezzi degli immobili e reddito disponibile pro capite come indicatore chiave per interventi locali.

La contrazione del potere d' acquisto spinge verso soluzioni contrattuali e abitative flessibili nel contesto di nuovi modelli di gestione e spazi condivisi come:

  • Co-housing e CComunità ibride caratterizati dalla condivisione di spazi e servizi (lavanderie, spazi di coworking, cucine comuni) per abbattere i costi di gestione individuali e combattere l' isolamento sociale.
  • Student and Senior Housing come soluzioni specializzate e gestite da operatori professionali per rispondere al disallineamento demografico e alle nuove necessità di studenti e anziani.
  • A fronte di tassi di interesse che rendono i mutui difficilmente accessibili, cresce l' offerta istituzionale di alloggi in locazione standardizzati e protetti dal punto di vista dei costi energetici. In buona sostanza si tratta di affitto a lungo termine strutturato. 

Il focus si sta spostando dal centro delle grandi metropoli (ormai inaccessibili) verso la riqualificazione di quartieri periferici e aree rurali. E così siamo alla rigenerazione urbana e alla delocalizzazione nella considerazione che la digitalizzazione e il lavoro agile consentono di redistribuire la domanda abitativa, a patto che i territori offrano infrastrutture digitali e trasporti efficienti. in una visione a lungo termine come quella in via di attuazione a New York, grazie alla ferrea volontà del sindaco socialdemocratico Mamdani, che prevede trasporti urbani gratis, dietro i quale si articola una tassazione radicale dei ricchi. Aspetto che dovrebbe aiutare a capire come: a. Impatterebbero le nuove regole dell' Affordable Housing Akt in Italia; b. L' esplorazione dei dettagli operativi e i costi dei modelli di co-housing; c. La valutazione dell' impatto economico della direttiva "Case Green 2030" sul valore degli immobili di proprietà.

Affordable Housing Act: L' impatto in Italia

La proposta di Reolamento europeo del 9 settembre 2026 non introduce divieti automatici, ma fornisce uno "scudo giuridico" a Comuni e Regioni per limitare il mercato privato a favore dell' accessibilità. E quì occorre capire cosa si deve intendere per: A. Criteri dello "Stress Abitativo" (Housing Stress) al fine di applicare restrizioni. Nel merito le autorità locali devono dimostrare scientificamente l' emergenza tramite il rapporto "Price-to-Income (PTI)", nel senso del presso delle case rispetto al reddito locale. In città come Milano, Roma o Firenze, dove i prezzi superano ampiamente le 8 annualità di reddito, scatteranno i presupposti legali per intervenire; B. Per l' aspetto sulla "Stretta sugli Affitti Brevi", i Comuni italiani potranno imporre tetti massimi  di giorni o bloccare le licenze per le locazioni turistiche gestite da host commerciali o multiproprietà. Resta tuttavia esclusa dai blocchi l' abitazione principale (il singolo cittadino che affitta una stanza o la propria casa quando viaggia). Per quanto attiene la durata e i piani nazionali, le limitazioni del mercato avranno una durata massima di 5 anni. Parallelament, il gverno italiano dovrà spingere sugli Housing Ecceleration Plans raccomandati dall' EU, accelerando permessi burocratici per riconvertire uffici e immobili pubblici dismessi in alloggi per studenti e sociali.

Co-housing: Dettagli operativi e costi

Il co.housing separa lo spazio privato (la propria casa, ridotta all' essenziale) dagli spazi comuni e di servizio gestiti in condivisione. La riduzione della propria casa all' essenziale mi ricorda quell' Existenzminimum dell' architetto Alexander Klein di memoria weimariana in Germania dopo la fine del 1° conflitto mondiale . Per quanto attiene il funzionamento operativo, gli abitanti partecipano attivamente alla progettazione e alla gestione della comunità. Si creano comitati per la manutenzione e per i servizi condivisi (es. asili nido interni, lavanderie industriali, vetture in car-sharing, cucine per cene comunitarie, etc.). L' aspetto dei costi di acquisto/affitto occorre considerare che l' acquisto di un modulo abitativo all' interno di un progetto di co-housing ha costi in linea con il mercato dell' edilizia locale o del social housing, ma garantisce circa il 15-20% di spazio calpestabile in più grazie alle aree comuni integrate. In relazioni al vero risparmio sui costi di gestione, la condivisione di utenze (impianti centralizzati termici o fotovoltaici avanzati), la spesa all' ingrosso tramite Gruppi di Acquisto Solidali (GAS) - il coraggioso sindaco di NY, Mamdani ha gia introdoto supermercati a prezzi calmierati del 30%  in alcuni quartieri critici della città -, e la manutenzione fai-da.te riducono le spese di gestione mensili di una famiglia media in ragione di una percentuale stimata tra il 20% e il 35 % rispetto a un condominio tradizionale.

Direttiva Case Green 2030: L' Impatto economico sugli immobili

La direttiva UE sulla prestazione energetica nell' edilizia impone scadenze rigide per ridurre drasticamente i consumi degli edifici residenziali entro il 2030 nel contesto di una polarizzazione del mercato immobiliare dove è in corso di verifica un mercato "green premium" per le case di classe A e B, il cui valore di mercato regge o aumenta. Al contrario, gli immobili di classi energetiche più basse (F e G), che rappresentano la maggioranza del patrimonio italiano, subiscono una svalutazione stimata tra il 15% e il 30% nelle aree non di pregio, poiché i compratori scontano in anticipo i futuri costi di ristruttirazione. Sull' aspetto dei costi del Retrofit Energetico, v'è da dire che per far fare a un condominio o una villetta il salto di classe richiesto (es. cappotto termico, pompa di calore, infissi nuovi, fotovoltaico), la spesa media stimata per singola unità abitativa oscilla tra i 20.000 e i 55.000 euro. Infine un accenno al ritorno dell' investimento (ROI) per il quale, in assenza di forti investimenti statali (post-Superbonus), l' investimento ha tempi di recupero lunghi tramite la sola bolletta (ca. 12-15 anni). Tuttavia, l' adeguamento diventa fondamentale per non azzerare la liquidità dell' immobile in caso di futura vendita o per l' accesso a mutui green a tassi agevolati da parte delle banche.

 

 

La dimora BES: bella, economica, sicura

IL BLOG

Huffingtonpost 12/01/2022 10:56 CET | Aggiornato 7 ore fa

L’infinita crisi abitativa in Spagna (di G. D'Adda)

Dopo 13 anni e 700.000 sfratti, il sistema politico non ha ancora trovato soluzioni efficaci e continua a opporsi alle proposte dei movimenti sociali

 

MADRID, SPAIN - NOVEMBER 11: Activists are expelled by police from the building where they were trying to stop the eviction on November 11, 2021 in the Carabanchel neighborhood of Madrid, Spain. Cristian, Aroa and their children have been evicted after nine years when their house changed ownership. An activist was arrested and neighbors in Carabanchel have unsuccessfully tried to stop the eviction. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images)

 

(di Gabriele D’Adda, Università degli Studi di Catania)



Pochi giorni fa, Carlos e la madre settantaduenne sono stati sfrattati dal proprio appartamento nel centro di Barcellona. Non sono bastati a impedire lo sfratto né il fatto che Carlos e la madre possedevano tutti i requisiti per beneficiare della moratoria sugli sfratti approvata dal governo, né una direttiva delle Nazioni Unite che intimava la sospensione del provvedimento, né il supporto di vari movimenti sociali. Quello di Carlos e sua madre non è un caso isolato. In Spagna negli ultimi 13 anni sono stati eseguiti oltre 700.000 sfratti, nonostante il diritto all’abitare sia garantito dall’articolo 47 della Costituzione spagnola.

La precarizzazione del diritto all’abitare in Spagna affonda le sue radici nel cosiddetto “modello spagnolo” per cui, fin dalla dittatura franchista, il settore edilizio è stato considerato come uno dei pilastri principali della crescita economica. Questo modello ha privilegiato l’accesso all’abitare attraverso l’acquisto, a scapito sia dell’affitto sia dell’edilizia residenziale pubblica. Nei primi anni duemila, la retorica della casa come investimento sicuro e un accesso al credito estremamente agevolato hanno spinto la corsa delle famiglie spagnole ai mutui.

L’arrivo della crisi finanziaria globale ha però innescato in Spagna una crisi economica drammatica e un’impennata vertiginosa del tasso di disoccupazione. Mentre il governo era impegnato nel salvataggio del settore finanziario (costato più di 76 miliardi di euro), centinaia di migliaia di persone che si erano indebitate per l’acquisto di una casa si sono trovate senza lavoro. Trovandosi nell’impossibilità di ripagare i propri debiti, molte di queste persone hanno subito provvedimenti di sfratto. Come se non bastasse, nel 2013 il governo del Partito Popolare ha approvato una legge che ha reso più flessibile il mercato degli affitti contribuendo a un aumento incontrollato dei prezzi degli affitti, in particolare nelle zone costiere e nelle città turistiche.  

È su questo sfondo che tra il 2008 e il 2019 sono stati eseguiti 770.000 pignoramenti (attraverso cui banche e istituti di credito hanno espropriato forzosamente case comprate attraverso prestiti legati a ipoteche) e 684.000 sfratti.

La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente aggravato questo quadro. Il governo spagnolo, sostenuto dal 2019 da una coalizione tra Partito Socialista (PSOE) e Unidas Podemos, ha introdotto alcune misure per mitigare l’impatto della pandemia, tra cui una moratoria temporanea sul pagamento delle rate di mutui e affitti, una moratoria parziale sugli sfratti per i nuclei familiari vulnerabili e un’estensione automatica dei contratti di locazione durante la pandemia. Tuttavia, i dati raccontano come gli sfratti siano continuati, a eccezione del secondo trimestre 2020 quando, a causa del lockdown, gli uffici giudiziari sono rimasti chiusi.

Sfratti in Spagna, per trimestre, nel periodo 2019-2021

Una risposta a questa tripla crisi (economica, abitativa e sanitaria) è arrivata dai movimenti sociali. Fin dal 2009, movimenti come la PAH (Plataforma Afectadas por la Hipoteca), nata per supportare le persone con problemi ipotecari, i sindacati degli inquilini e le associazioni di quartiere si sono organizzati per supportare le persone in situazione di crisi abitativa. Hanno promosso negoziazioni dirette con banche, proprietari immobiliari e settori della pubblica amministrazione per bloccare gli sfratti e messo in campo azioni dirette di occupazione di edifici vuoti di proprietà delle banche per offrire un alloggio temporaneo a persone sfrattate.

Ma i movimenti sociali non si sono fermati qui: hanno anche elaborato una serie di proposte di legge per introdurre misure concrete per tutelare il diritto all’abitare. Tra queste, vi è una proposta legislativa nazionale, presentata nel 2013 con il supporto di più di un milione e mezzo di firme, che è però naufragata a causa dell’opposizione del governo guidato dal Partito Popolare.

Negli ultimi due anni i movimenti sociali hanno elaborato una nuova proposta dilegge appoggiata da oltre 120 organizzazioni e sindacati che mira a introdurre una moratoria sugli sfratti, regolamentare il mercato degli affitti e incrementare il parco di edilizia pubblica residenziale. Lo scorso 15 dicembre, tuttavia, i 120 voti contrari del Partito Socialista sono stati determinanti, insieme a quelli dei partiti di destra, per impedire che questa proposta di legge continuasse il proprio iter legislativo.

Nel frattempo, anche il governo ha presentato una proposta di legge sul tema dell’abitare, che prevede, tra l’altro, una forma di regolazione degli affitti molto parziale e la proibizione solo temporanea (per un periodo tra i 2 e i 4 mesi) degli sfratti per persone in situazione di vulnerabilità. Secondo i movimenti sociali queste misure sono però del tutto insufficienti: sono infatti analoghe a quelle in vigore durante la pandemia, che però non hanno impedito lo sfratto di Carlos e sua madre, così come di altre 50.000 persone.

Nonostante questa sconfitta sul fronte legislativo, i movimenti sociali per il diritto all’abitare hanno già annunciato una serie di emendamenti alla proposta di legge del governo e continuano a mobilitarsi quotidianamente, spesso con successo, per bloccare gli sfratti e rendere effettivo il diritto all’abitare in Spagna. È però chiaro anche a loro che, in assenza di misure strutturali e di un impegno serio da parte del governo, la Spagna rischia di precipitare ancora di più nell’abisso di una crisi abitativa senza fine.

C O M M E N T O

 

La soluzione non sono i boschi verticali, bensì una ricerca paziente che, in uno con un lavoro a dignità d' uomo, possa essere capace di offrire una dimora BES: bella, economica e sicura. È possibile e va riscoperta nella tipologia residenziale della casa urbana "a schiera", monofamiliare, trigenerazionale (genitori, figli e nonni) e plurifamiliare nel contesto di un' autentica rigenerazione urbana in grado di riconciliare l' uomo alla città rileggendo il percorso che dalla polis, attraverso l' urbs ha condotto alla "civitas" medievale (italiana) e, infine, alla città europea.

nicolo piro
G e r m a n i a

https://teorico.eu

IL BLOG

Huffingtonpost 12/01/2022 10:56 CET | Aggiornato 7 ore fa

L’infinita crisi abitativa in Spagna (di G. D'Adda)

Dopo 13 anni e 700.000 sfratti, il sistema politico non ha ancora trovato soluzioni efficaci e continua a opporsi alle proposte dei movimenti sociali

 

MADRID, SPAIN - NOVEMBER 11: Activists are expelled by police from the building where they were trying to stop the eviction on November 11, 2021 in the Carabanchel neighborhood of Madrid, Spain. Cristian, Aroa and their children have been evicted after nine years when their house changed ownership. An activist was arrested and neighbors in Carabanchel have unsuccessfully tried to stop the eviction. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images)

 

(di Gabriele D’Adda, Università degli Studi di Catania)



Pochi giorni fa, Carlos e la madre settantaduenne sono stati sfrattati dal proprio appartamento nel centro di Barcellona. Non sono bastati a impedire lo sfratto né il fatto che Carlos e la madre possedevano tutti i requisiti per beneficiare della moratoria sugli sfratti approvata dal governo, né una direttiva delle Nazioni Unite che intimava la sospensione del provvedimento, né il supporto di vari movimenti sociali. Quello di Carlos e sua madre non è un caso isolato. In Spagna negli ultimi 13 anni sono stati eseguiti oltre 700.000 sfratti, nonostante il diritto all’abitare sia garantito dall’articolo 47 della Costituzione spagnola.

La precarizzazione del diritto all’abitare in Spagna affonda le sue radici nel cosiddetto “modello spagnolo” per cui, fin dalla dittatura franchista, il settore edilizio è stato considerato come uno dei pilastri principali della crescita economica. Questo modello ha privilegiato l’accesso all’abitare attraverso l’acquisto, a scapito sia dell’affitto sia dell’edilizia residenziale pubblica. Nei primi anni duemila, la retorica della casa come investimento sicuro e un accesso al credito estremamente agevolato hanno spinto la corsa delle famiglie spagnole ai mutui.

L’arrivo della crisi finanziaria globale ha però innescato in Spagna una crisi economica drammatica e un’impennata vertiginosa del tasso di disoccupazione. Mentre il governo era impegnato nel salvataggio del settore finanziario (costato più di 76 miliardi di euro), centinaia di migliaia di persone che si erano indebitate per l’acquisto di una casa si sono trovate senza lavoro. Trovandosi nell’impossibilità di ripagare i propri debiti, molte di queste persone hanno subito provvedimenti di sfratto. Come se non bastasse, nel 2013 il governo del Partito Popolare ha approvato una legge che ha reso più flessibile il mercato degli affitti contribuendo a un aumento incontrollato dei prezzi degli affitti, in particolare nelle zone costiere e nelle città turistiche.  

È su questo sfondo che tra il 2008 e il 2019 sono stati eseguiti 770.000 pignoramenti (attraverso cui banche e istituti di credito hanno espropriato forzosamente case comprate attraverso prestiti legati a ipoteche) e 684.000 sfratti.

La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente aggravato questo quadro. Il governo spagnolo, sostenuto dal 2019 da una coalizione tra Partito Socialista (PSOE) e Unidas Podemos, ha introdotto alcune misure per mitigare l’impatto della pandemia, tra cui una moratoria temporanea sul pagamento delle rate di mutui e affitti, una moratoria parziale sugli sfratti per i nuclei familiari vulnerabili e un’estensione automatica dei contratti di locazione durante la pandemia. Tuttavia, i dati raccontano come gli sfratti siano continuati, a eccezione del secondo trimestre 2020 quando, a causa del lockdown, gli uffici giudiziari sono rimasti chiusi.

Sfratti in Spagna, per trimestre, nel periodo 2019-2021

Una risposta a questa tripla crisi (economica, abitativa e sanitaria) è arrivata dai movimenti sociali. Fin dal 2009, movimenti come la PAH (Plataforma Afectadas por la Hipoteca), nata per supportare le persone con problemi ipotecari, i sindacati degli inquilini e le associazioni di quartiere si sono organizzati per supportare le persone in situazione di crisi abitativa. Hanno promosso negoziazioni dirette con banche, proprietari immobiliari e settori della pubblica amministrazione per bloccare gli sfratti e messo in campo azioni dirette di occupazione di edifici vuoti di proprietà delle banche per offrire un alloggio temporaneo a persone sfrattate.

Ma i movimenti sociali non si sono fermati qui: hanno anche elaborato una serie di proposte di legge per introdurre misure concrete per tutelare il diritto all’abitare. Tra queste, vi è una proposta legislativa nazionale, presentata nel 2013 con il supporto di più di un milione e mezzo di firme, che è però naufragata a causa dell’opposizione del governo guidato dal Partito Popolare.

Negli ultimi due anni i movimenti sociali hanno elaborato una nuova proposta dilegge appoggiata da oltre 120 organizzazioni e sindacati che mira a introdurre una moratoria sugli sfratti, regolamentare il mercato degli affitti e incrementare il parco di edilizia pubblica residenziale. Lo scorso 15 dicembre, tuttavia, i 120 voti contrari del Partito Socialista sono stati determinanti, insieme a quelli dei partiti di destra, per impedire che questa proposta di legge continuasse il proprio iter legislativo.

Nel frattempo, anche il governo ha presentato una proposta di legge sul tema dell’abitare, che prevede, tra l’altro, una forma di regolazione degli affitti molto parziale e la proibizione solo temporanea (per un periodo tra i 2 e i 4 mesi) degli sfratti per persone in situazione di vulnerabilità. Secondo i movimenti sociali queste misure sono però del tutto insufficienti: sono infatti analoghe a quelle in vigore durante la pandemia, che però non hanno impedito lo sfratto di Carlos e sua madre, così come di altre 50.000 persone.

Nonostante questa sconfitta sul fronte legislativo, i movimenti sociali per il diritto all’abitare hanno già annunciato una serie di emendamenti alla proposta di legge del governo e continuano a mobilitarsi quotidianamente, spesso con successo, per bloccare gli sfratti e rendere effettivo il diritto all’abitare in Spagna. È però chiaro anche a loro che, in assenza di misure strutturali e di un impegno serio da parte del governo, la Spagna rischia di precipitare ancora di più nell’abisso di una crisi abitativa senza fine.

C O M M E N T O

 

La soluzione non sono i boschi verticali, bensì una ricerca paziente che, in uno con un lavoro a dignità d' uomo, possa essere capace di offrire una dimora BES: bella, economica e sicura. È possibile e va riscoperta nella tipologia residenziale della casa urbana "a schiera", monofamiliare, trigenerazionale (genitori, figli e nonni) e plurifamiliare nel contesto di un' autentica rigenerazione urbana in grado di riconciliare l' uomo alla città rileggendo il percorso che dalla polis, attraverso l' urbs ha condotto alla "civitas" medievale (italiana) e, infine, alla città europea.

nicolo piro
G e r m a n i a

https://teorico.eu

IL BLOG

Huffingtonpost 12/01/2022 10:56 CET | Aggiornato 7 ore fa

L’infinita crisi abitativa in Spagna (di G. D'Adda)

Dopo 13 anni e 700.000 sfratti, il sistema politico non ha ancora trovato soluzioni efficaci e continua a opporsi alle proposte dei movimenti sociali

 

MADRID, SPAIN - NOVEMBER 11: Activists are expelled by police from the building where they were trying to stop the eviction on November 11, 2021 in the Carabanchel neighborhood of Madrid, Spain. Cristian, Aroa and their children have been evicted after nine years when their house changed ownership. An activist was arrested and neighbors in Carabanchel have unsuccessfully tried to stop the eviction. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images)

 

(di Gabriele D’Adda, Università degli Studi di Catania)



Pochi giorni fa, Carlos e la madre settantaduenne sono stati sfrattati dal proprio appartamento nel centro di Barcellona. Non sono bastati a impedire lo sfratto né il fatto che Carlos e la madre possedevano tutti i requisiti per beneficiare della moratoria sugli sfratti approvata dal governo, né una direttiva delle Nazioni Unite che intimava la sospensione del provvedimento, né il supporto di vari movimenti sociali. Quello di Carlos e sua madre non è un caso isolato. In Spagna negli ultimi 13 anni sono stati eseguiti oltre 700.000 sfratti, nonostante il diritto all’abitare sia garantito dall’articolo 47 della Costituzione spagnola.

La precarizzazione del diritto all’abitare in Spagna affonda le sue radici nel cosiddetto “modello spagnolo” per cui, fin dalla dittatura franchista, il settore edilizio è stato considerato come uno dei pilastri principali della crescita economica. Questo modello ha privilegiato l’accesso all’abitare attraverso l’acquisto, a scapito sia dell’affitto sia dell’edilizia residenziale pubblica. Nei primi anni duemila, la retorica della casa come investimento sicuro e un accesso al credito estremamente agevolato hanno spinto la corsa delle famiglie spagnole ai mutui.

L’arrivo della crisi finanziaria globale ha però innescato in Spagna una crisi economica drammatica e un’impennata vertiginosa del tasso di disoccupazione. Mentre il governo era impegnato nel salvataggio del settore finanziario (costato più di 76 miliardi di euro), centinaia di migliaia di persone che si erano indebitate per l’acquisto di una casa si sono trovate senza lavoro. Trovandosi nell’impossibilità di ripagare i propri debiti, molte di queste persone hanno subito provvedimenti di sfratto. Come se non bastasse, nel 2013 il governo del Partito Popolare ha approvato una legge che ha reso più flessibile il mercato degli affitti contribuendo a un aumento incontrollato dei prezzi degli affitti, in particolare nelle zone costiere e nelle città turistiche.  

È su questo sfondo che tra il 2008 e il 2019 sono stati eseguiti 770.000 pignoramenti (attraverso cui banche e istituti di credito hanno espropriato forzosamente case comprate attraverso prestiti legati a ipoteche) e 684.000 sfratti.

La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente aggravato questo quadro. Il governo spagnolo, sostenuto dal 2019 da una coalizione tra Partito Socialista (PSOE) e Unidas Podemos, ha introdotto alcune misure per mitigare l’impatto della pandemia, tra cui una moratoria temporanea sul pagamento delle rate di mutui e affitti, una moratoria parziale sugli sfratti per i nuclei familiari vulnerabili e un’estensione automatica dei contratti di locazione durante la pandemia. Tuttavia, i dati raccontano come gli sfratti siano continuati, a eccezione del secondo trimestre 2020 quando, a causa del lockdown, gli uffici giudiziari sono rimasti chiusi.

Sfratti in Spagna, per trimestre, nel periodo 2019-2021

Una risposta a questa tripla crisi (economica, abitativa e sanitaria) è arrivata dai movimenti sociali. Fin dal 2009, movimenti come la PAH (Plataforma Afectadas por la Hipoteca), nata per supportare le persone con problemi ipotecari, i sindacati degli inquilini e le associazioni di quartiere si sono organizzati per supportare le persone in situazione di crisi abitativa. Hanno promosso negoziazioni dirette con banche, proprietari immobiliari e settori della pubblica amministrazione per bloccare gli sfratti e messo in campo azioni dirette di occupazione di edifici vuoti di proprietà delle banche per offrire un alloggio temporaneo a persone sfrattate.

Ma i movimenti sociali non si sono fermati qui: hanno anche elaborato una serie di proposte di legge per introdurre misure concrete per tutelare il diritto all’abitare. Tra queste, vi è una proposta legislativa nazionale, presentata nel 2013 con il supporto di più di un milione e mezzo di firme, che è però naufragata a causa dell’opposizione del governo guidato dal Partito Popolare.

Negli ultimi due anni i movimenti sociali hanno elaborato una nuova proposta dilegge appoggiata da oltre 120 organizzazioni e sindacati che mira a introdurre una moratoria sugli sfratti, regolamentare il mercato degli affitti e incrementare il parco di edilizia pubblica residenziale. Lo scorso 15 dicembre, tuttavia, i 120 voti contrari del Partito Socialista sono stati determinanti, insieme a quelli dei partiti di destra, per impedire che questa proposta di legge continuasse il proprio iter legislativo.

Nel frattempo, anche il governo ha presentato una proposta di legge sul tema dell’abitare, che prevede, tra l’altro, una forma di regolazione degli affitti molto parziale e la proibizione solo temporanea (per un periodo tra i 2 e i 4 mesi) degli sfratti per persone in situazione di vulnerabilità. Secondo i movimenti sociali queste misure sono però del tutto insufficienti: sono infatti analoghe a quelle in vigore durante la pandemia, che però non hanno impedito lo sfratto di Carlos e sua madre, così come di altre 50.000 persone.

Nonostante questa sconfitta sul fronte legislativo, i movimenti sociali per il diritto all’abitare hanno già annunciato una serie di emendamenti alla proposta di legge del governo e continuano a mobilitarsi quotidianamente, spesso con successo, per bloccare gli sfratti e rendere effettivo il diritto all’abitare in Spagna. È però chiaro anche a loro che, in assenza di misure strutturali e di un impegno serio da parte del governo, la Spagna rischia di precipitare ancora di più nell’abisso di una crisi abitativa senza fine.

C O M M E N T O

 

La soluzione non sono i boschi verticali, bensì una ricerca paziente che, in uno con un lavoro a dignità d' uomo, possa essere capace di offrire una dimora BES: bella, economica e sicura. È possibile e va riscoperta nella tipologia residenziale della casa urbana "a schiera", monofamiliare, trigenerazionale (genitori, figli e nonni) e plurifamiliare nel contesto di un' autentica rigenerazione urbana in grado di riconciliare l' uomo alla città rileggendo il percorso che dalla polis, attraverso l' urbs ha condotto alla "civitas" medievale (italiana) e, infine, alla città europea.

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L’infinita crisi abitativa in Spagna (di G. D'Adda)

Dopo 13 anni e 700.000 sfratti, il sistema politico non ha ancora trovato soluzioni efficaci e continua a opporsi alle proposte dei movimenti sociali

 

MADRID, SPAIN - NOVEMBER 11: Activists are expelled by police from the building where they were trying to stop the eviction on November 11, 2021 in the Carabanchel neighborhood of Madrid, Spain. Cristian, Aroa and their children have been evicted after nine years when their house changed ownership. An activist was arrested and neighbors in Carabanchel have unsuccessfully tried to stop the eviction. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images)

 

(di Gabriele D’Adda, Università degli Studi di Catania)



Pochi giorni fa, Carlos e la madre settantaduenne sono stati sfrattati dal proprio appartamento nel centro di Barcellona. Non sono bastati a impedire lo sfratto né il fatto che Carlos e la madre possedevano tutti i requisiti per beneficiare della moratoria sugli sfratti approvata dal governo, né una direttiva delle Nazioni Unite che intimava la sospensione del provvedimento, né il supporto di vari movimenti sociali. Quello di Carlos e sua madre non è un caso isolato. In Spagna negli ultimi 13 anni sono stati eseguiti oltre 700.000 sfratti, nonostante il diritto all’abitare sia garantito dall’articolo 47 della Costituzione spagnola.

La precarizzazione del diritto all’abitare in Spagna affonda le sue radici nel cosiddetto “modello spagnolo” per cui, fin dalla dittatura franchista, il settore edilizio è stato considerato come uno dei pilastri principali della crescita economica. Questo modello ha privilegiato l’accesso all’abitare attraverso l’acquisto, a scapito sia dell’affitto sia dell’edilizia residenziale pubblica. Nei primi anni duemila, la retorica della casa come investimento sicuro e un accesso al credito estremamente agevolato hanno spinto la corsa delle famiglie spagnole ai mutui.

L’arrivo della crisi finanziaria globale ha però innescato in Spagna una crisi economica drammatica e un’impennata vertiginosa del tasso di disoccupazione. Mentre il governo era impegnato nel salvataggio del settore finanziario (costato più di 76 miliardi di euro), centinaia di migliaia di persone che si erano indebitate per l’acquisto di una casa si sono trovate senza lavoro. Trovandosi nell’impossibilità di ripagare i propri debiti, molte di queste persone hanno subito provvedimenti di sfratto. Come se non bastasse, nel 2013 il governo del Partito Popolare ha approvato una legge che ha reso più flessibile il mercato degli affitti contribuendo a un aumento incontrollato dei prezzi degli affitti, in particolare nelle zone costiere e nelle città turistiche.  

È su questo sfondo che tra il 2008 e il 2019 sono stati eseguiti 770.000 pignoramenti (attraverso cui banche e istituti di credito hanno espropriato forzosamente case comprate attraverso prestiti legati a ipoteche) e 684.000 sfratti.

La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente aggravato questo quadro. Il governo spagnolo, sostenuto dal 2019 da una coalizione tra Partito Socialista (PSOE) e Unidas Podemos, ha introdotto alcune misure per mitigare l’impatto della pandemia, tra cui una moratoria temporanea sul pagamento delle rate di mutui e affitti, una moratoria parziale sugli sfratti per i nuclei familiari vulnerabili e un’estensione automatica dei contratti di locazione durante la pandemia. Tuttavia, i dati raccontano come gli sfratti siano continuati, a eccezione del secondo trimestre 2020 quando, a causa del lockdown, gli uffici giudiziari sono rimasti chiusi.

Sfratti in Spagna, per trimestre, nel periodo 2019-2021

Una risposta a questa tripla crisi (economica, abitativa e sanitaria) è arrivata dai movimenti sociali. Fin dal 2009, movimenti come la PAH (Plataforma Afectadas por la Hipoteca), nata per supportare le persone con problemi ipotecari, i sindacati degli inquilini e le associazioni di quartiere si sono organizzati per supportare le persone in situazione di crisi abitativa. Hanno promosso negoziazioni dirette con banche, proprietari immobiliari e settori della pubblica amministrazione per bloccare gli sfratti e messo in campo azioni dirette di occupazione di edifici vuoti di proprietà delle banche per offrire un alloggio temporaneo a persone sfrattate.

Ma i movimenti sociali non si sono fermati qui: hanno anche elaborato una serie di proposte di legge per introdurre misure concrete per tutelare il diritto all’abitare. Tra queste, vi è una proposta legislativa nazionale, presentata nel 2013 con il supporto di più di un milione e mezzo di firme, che è però naufragata a causa dell’opposizione del governo guidato dal Partito Popolare.

Negli ultimi due anni i movimenti sociali hanno elaborato una nuova proposta dilegge appoggiata da oltre 120 organizzazioni e sindacati che mira a introdurre una moratoria sugli sfratti, regolamentare il mercato degli affitti e incrementare il parco di edilizia pubblica residenziale. Lo scorso 15 dicembre, tuttavia, i 120 voti contrari del Partito Socialista sono stati determinanti, insieme a quelli dei partiti di destra, per impedire che questa proposta di legge continuasse il proprio iter legislativo.

Nel frattempo, anche il governo ha presentato una proposta di legge sul tema dell’abitare, che prevede, tra l’altro, una forma di regolazione degli affitti molto parziale e la proibizione solo temporanea (per un periodo tra i 2 e i 4 mesi) degli sfratti per persone in situazione di vulnerabilità. Secondo i movimenti sociali queste misure sono però del tutto insufficienti: sono infatti analoghe a quelle in vigore durante la pandemia, che però non hanno impedito lo sfratto di Carlos e sua madre, così come di altre 50.000 persone.

Nonostante questa sconfitta sul fronte legislativo, i movimenti sociali per il diritto all’abitare hanno già annunciato una serie di emendamenti alla proposta di legge del governo e continuano a mobilitarsi quotidianamente, spesso con successo, per bloccare gli sfratti e rendere effettivo il diritto all’abitare in Spagna. È però chiaro anche a loro che, in assenza di misure strutturali e di un impegno serio da parte del governo, la Spagna rischia di precipitare ancora di più nell’abisso di una crisi abitativa senza fine.

C O M M E N T O

 

La soluzione non sono i boschi verticali, bensì una ricerca paziente che, in uno con un lavoro a dignità d' uomo, possa essere capace di offrire una dimora BES: bella, economica e sicura. È possibile e va riscoperta nella tipologia residenziale della casa urbana "a schiera", monofamiliare, trigenerazionale (genitori, figli e nonni) e plurifamiliare nel contesto di un' autentica rigenerazione urbana in grado di riconciliare l' uomo alla città rileggendo il percorso che dalla polis, attraverso l' urbs ha condotto alla "civitas" medievale (italiana) e, infine, alla città europea.

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L’infinita crisi abitativa in Spagna (di G. D'Adda)

Dopo 13 anni e 700.000 sfratti, il sistema politico non ha ancora trovato soluzioni efficaci e continua a opporsi alle proposte dei movimenti sociali

 

MADRID, SPAIN - NOVEMBER 11: Activists are expelled by police from the building where they were trying to stop the eviction on November 11, 2021 in the Carabanchel neighborhood of Madrid, Spain. Cristian, Aroa and their children have been evicted after nine years when their house changed ownership. An activist was arrested and neighbors in Carabanchel have unsuccessfully tried to stop the eviction. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images)

 

(di Gabriele D’Adda, Università degli Studi di Catania)



Pochi giorni fa, Carlos e la madre settantaduenne sono stati sfrattati dal proprio appartamento nel centro di Barcellona. Non sono bastati a impedire lo sfratto né il fatto che Carlos e la madre possedevano tutti i requisiti per beneficiare della moratoria sugli sfratti approvata dal governo, né una direttiva delle Nazioni Unite che intimava la sospensione del provvedimento, né il supporto di vari movimenti sociali. Quello di Carlos e sua madre non è un caso isolato. In Spagna negli ultimi 13 anni sono stati eseguiti oltre 700.000 sfratti, nonostante il diritto all’abitare sia garantito dall’articolo 47 della Costituzione spagnola.

La precarizzazione del diritto all’abitare in Spagna affonda le sue radici nel cosiddetto “modello spagnolo” per cui, fin dalla dittatura franchista, il settore edilizio è stato considerato come uno dei pilastri principali della crescita economica. Questo modello ha privilegiato l’accesso all’abitare attraverso l’acquisto, a scapito sia dell’affitto sia dell’edilizia residenziale pubblica. Nei primi anni duemila, la retorica della casa come investimento sicuro e un accesso al credito estremamente agevolato hanno spinto la corsa delle famiglie spagnole ai mutui.

L’arrivo della crisi finanziaria globale ha però innescato in Spagna una crisi economica drammatica e un’impennata vertiginosa del tasso di disoccupazione. Mentre il governo era impegnato nel salvataggio del settore finanziario (costato più di 76 miliardi di euro), centinaia di migliaia di persone che si erano indebitate per l’acquisto di una casa si sono trovate senza lavoro. Trovandosi nell’impossibilità di ripagare i propri debiti, molte di queste persone hanno subito provvedimenti di sfratto. Come se non bastasse, nel 2013 il governo del Partito Popolare ha approvato una legge che ha reso più flessibile il mercato degli affitti contribuendo a un aumento incontrollato dei prezzi degli affitti, in particolare nelle zone costiere e nelle città turistiche.  

È su questo sfondo che tra il 2008 e il 2019 sono stati eseguiti 770.000 pignoramenti (attraverso cui banche e istituti di credito hanno espropriato forzosamente case comprate attraverso prestiti legati a ipoteche) e 684.000 sfratti.

La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente aggravato questo quadro. Il governo spagnolo, sostenuto dal 2019 da una coalizione tra Partito Socialista (PSOE) e Unidas Podemos, ha introdotto alcune misure per mitigare l’impatto della pandemia, tra cui una moratoria temporanea sul pagamento delle rate di mutui e affitti, una moratoria parziale sugli sfratti per i nuclei familiari vulnerabili e un’estensione automatica dei contratti di locazione durante la pandemia. Tuttavia, i dati raccontano come gli sfratti siano continuati, a eccezione del secondo trimestre 2020 quando, a causa del lockdown, gli uffici giudiziari sono rimasti chiusi.

Sfratti in Spagna, per trimestre, nel periodo 2019-2021

Una risposta a questa tripla crisi (economica, abitativa e sanitaria) è arrivata dai movimenti sociali. Fin dal 2009, movimenti come la PAH (Plataforma Afectadas por la Hipoteca), nata per supportare le persone con problemi ipotecari, i sindacati degli inquilini e le associazioni di quartiere si sono organizzati per supportare le persone in situazione di crisi abitativa. Hanno promosso negoziazioni dirette con banche, proprietari immobiliari e settori della pubblica amministrazione per bloccare gli sfratti e messo in campo azioni dirette di occupazione di edifici vuoti di proprietà delle banche per offrire un alloggio temporaneo a persone sfrattate.

Ma i movimenti sociali non si sono fermati qui: hanno anche elaborato una serie di proposte di legge per introdurre misure concrete per tutelare il diritto all’abitare. Tra queste, vi è una proposta legislativa nazionale, presentata nel 2013 con il supporto di più di un milione e mezzo di firme, che è però naufragata a causa dell’opposizione del governo guidato dal Partito Popolare.

Negli ultimi due anni i movimenti sociali hanno elaborato una nuova proposta dilegge appoggiata da oltre 120 organizzazioni e sindacati che mira a introdurre una moratoria sugli sfratti, regolamentare il mercato degli affitti e incrementare il parco di edilizia pubblica residenziale. Lo scorso 15 dicembre, tuttavia, i 120 voti contrari del Partito Socialista sono stati determinanti, insieme a quelli dei partiti di destra, per impedire che questa proposta di legge continuasse il proprio iter legislativo.

Nel frattempo, anche il governo ha presentato una proposta di legge sul tema dell’abitare, che prevede, tra l’altro, una forma di regolazione degli affitti molto parziale e la proibizione solo temporanea (per un periodo tra i 2 e i 4 mesi) degli sfratti per persone in situazione di vulnerabilità. Secondo i movimenti sociali queste misure sono però del tutto insufficienti: sono infatti analoghe a quelle in vigore durante la pandemia, che però non hanno impedito lo sfratto di Carlos e sua madre, così come di altre 50.000 persone.

Nonostante questa sconfitta sul fronte legislativo, i movimenti sociali per il diritto all’abitare hanno già annunciato una serie di emendamenti alla proposta di legge del governo e continuano a mobilitarsi quotidianamente, spesso con successo, per bloccare gli sfratti e rendere effettivo il diritto all’abitare in Spagna. È però chiaro anche a loro che, in assenza di misure strutturali e di un impegno serio da parte del governo, la Spagna rischia di precipitare ancora di più nell’abisso di una crisi abitativa senza fine.

 

C O M M E N T O

 

La soluzione non sono i boschi verticali, bensì una ricerca paziente che, in uno con un lavoro a dignità d' uomo, possa essere capace di offrire una dimora BES: bella, economica e sicura. È possibile e va riscoperta nella tipologia residenziale della casa urbana "a schiera", monofamiliare, trigenerazionale (genitori, figli e nonni) e plurifamiliare nel contesto di un' autentica rigenerazione urbana in grado di riconciliare l' uomo alla città rileggendo il percorso che dalla polis, attraverso l' urbs ha condotto alla "civitas" medievale (italiana) e, infine, alla città europea.



 

Cosa significa "abitare"?

 

Nella vita di tutti i giorni, la domanda filosofica su cosa significhi effettivamente vivere non ha un ruolo. Viene soppiantato dalle urgenti esigenze pratiche dell'organizzazione della vita e dalle sfide sempre crescenti del finanziamento di un appartamento, soprattutto nelle città in espansione alla moda e in numerose città universitarie. Nel senso stretto della parola, anche il vivere non è affrontato dalle scienze; Il focus è invece sulle questioni derivate, in sociologia la mediazione sociale dell'abitare, in economia l'appartamento come merce (come investimento, redditività e oggetto speculativo) e in architettura e ingegneria la progettazione e costruzione tecnica di edifici residenziali. Nel seguente articolo, sul confine tra scienze umane e scienze sociali, indago sulla questione di come e quali luoghi e pratiche dell'abitare si rappresentano. In questo seguo la richiesta di Martin Heidegger di rendere l'abitare memorabile, perché tutti gli edifici che sono destinati a servire l'abitare (direttamente e indirettamente) possono essere costruiti con cura solo dopo aver chiarito la nostra comprensione dell'abitare.  

Housing - un approccio

Vivere va oltre "abitare" e significa soprattutto "abitare". Esige da ogni individuo un pensiero percettivo, compassionevole e responsabile, l'attenta pianificazione e progettazione costruttiva degli spazi attraverso i luoghi. Vivere non è passivo. Essendo-con-gli-altri, cambia il mondo - non solo di fatto, ma anche atmosferica.

Il modo in cui le persone vivono è un'espressione della tradizione e del costume, uno specchio dei tempi e degli standard tecnici. Le abitazioni più antiche (era glaciale) erano buche nel terreno e grotte naturali, poi semigrotte e capanne fatte di sterpaglie e foglie nell'età della pietra. Nel Neolitico vi erano palafitte nel Nord Europa, nell'età del Bronzo vi erano edifici rotondi con semplici tetti conici. Dopo lo sviluppo di tecniche di falegnameria differenziate, seguirono semplici costruzioni in blocchi. Tutte le abitazioni dovrebbero offrire protezione dal vento e dalle intemperie, dalle stagioni, dai nemici e dagli animali selvatici.  Nella pratica di utilizzare i mezzi di isolamento necessari per questo, diverse 
culture viventi si sono formate fino ai giorni nostri . Nel 21° secolo, le seguenti domande chiave sono associate alla vita: 

[3] Cosa fai quando vivi? Chi vive con chi? Come viene vissuta la vita? Come si arriva all'appartamento? L'importanza di vivere qui si concentra sul mondo spaziale dell'appartamento . Uno sguardo alla vita dei senzatetto solleva ancora di più la questione di come e se vivano anche coloro che non hanno un appartamento.  Questa domanda è allo stesso tempo: si può vivere solo di persona o negli spazi comuni interni, di solito si fa una telefonata " abiti da vivere ", o anche in città? Il giardino (non importa quanto piccolo) accessibile tramite la terrazza appartiene all'appartamento e il balcone nell'appartamento di città. Di conseguenza, l'abitare non si limita agli spazi interni. Ma "fuori" ci sono anche le strade, i negozi, il mercato e la stazione dei treni. Tuttavia, non tutti i luoghi dello spazio pubblico possono essere attribuiti alla vita. Per il filosofo Hermann Schmitz, il residente di una città (in contrapposizione all'"utente") si caratterizza per il fatto che, con la sensazione di essere a casa, è cresciuto insieme a luoghi che non sono solo luoghi da affrontare .] La soglia tra il complesso residenziale radicato in un'area e l'uso prettamente funzionale dei siti verorteter ha per lui carattere atmosferico. Il confine tra ciò che è unico nel mondo domestico dell'abitare e ciò che è strano in un mondo (almeno psicologicamente) distante è fluido e si sviluppa e cambia con il cambiamento delle situazioni di vita. Negli anni '50, un aumento della mobilità ha portato lentamente a un cambiamento nelle forme di vita. La vita sedentaria divenne sempre più una cosa ovvia. 

 Nelle società altamente mobili e globalizzate, la vita quotidiana ha subito un'accelerazione immensa da allora, a volte di più (ad esempio con gli uomini d'affari), a volte di meno (come con gli impiegati) e in modi molto diversi (dalle frequenti mosche all'aumento dell'uso delle biciclette in centro). È vero che il significato di "vivere" è legato allo 
stare e perseverare , sentirsi a proprio agio e contenti benessere in un posto; ma non si tratta di una sorta di "bloccato" nello spazio. Le persone della tarda età moderna vivono tra l'essere in movimento e il riposo: "in transizione". Vive (a volte) qui e (a volte) lì così come per le sue vie - in una via di mezzo. Il "vagare" apre spazi abitativi. I movimenti allocativi del proprio corpo da un luogo all'altro ei movimenti esistenziali della vita sono inscritti nelle biografie così come nella storia (s) delle strutture sociali più piccole e più grandi. Nella tarda era moderna, la maggior parte delle persone non vive in un posto per sempre . È così che praticano lo scivolamento vivendo in un ambiente fluido. La maggior parte delle persone vive nelle città e lì in grandi serie di complessi residenziali. Tali "fabbriche abitative" sono il modello della Carta di Atene. 

Ha diviso le persone in segmenti funzionali e le ha impiantate in un mondo di sistema macchinista. Questa finzione modernista-anti-individualista tiene sotto controllo l'organizzazione spaziale della vita nelle città anche oggi. Gli edifici sorti sotto il potere del mito dell'industrializzazione hanno sempre messo in pratica programmi criptici di educazione umana segreta. Nella loro collocazione in grandi complessi residenziali, alle persone dovrebbe essere assegnato un posto sociale nella società e quindi dovrebbe essere assegnata un'identità (nella DDR attraverso il "socialista" e nella Repubblica federale attraverso l'edilizia abitativa "sociale"). 

Vivere come espressione esistenziale

Il tipo (e il design) di un appartamento riflette la situazione abitativa di una persona, famiglia o qualunque gruppo di persone sia formato. È vero anche il contrario: l'appartamento individua anche i residenti. Fino ai primi del Novecento il padrone di casa ha vissuto con la famiglia e la servitù nella tenuta, l'alta nobiltà in edifici aristocratici (castelli e palazzi), contadini in semplici case coloniche, impiegati e operai in appartamenti in affitto. Questa struttura gerarchica piuttosto semplice è implosa da tempo: le persone anziane bisognose di cure vivono in case o residenze per anziani . I dipendenti affittano e acquistano case unifamiliari o campeggiano - come molti camper fissi - in roulotte e case mobili. I giovani lavoratori autonomi prendono parte a progetti abitativi alternativi o si stabiliscono in lussuosi appartamenti in case di portineria postmoderne . I "comuni" degli anni Sessanta vivevano in appartamenti; ma erano meno interessati alla vita che al "tentativo di rivoluzionare l'individuo borghese" trovare modi di vita alternativi. "Vivere" e "vivere" non sono termini opposti, ma due pieghe di una situazione esistenziale. Non tutti i modi di vivere sono scelti. Coloro che - come i senzatetto che fluttuano nella stanza - devono spostarsi da un luogo all'altro e non hanno la minima vita a metà sono diversi in città rispetto alle persone stabili, specialmente tra i privilegiati economicamente. Chi non ha (più) un appartamento vive spesso "a verbale" negli spazi pubblici. I sofferenti sono doppiamente situati - per la natura del loro Sole -Lebens e (come risultato dell'attribuzione di identità) per esclusione sociale. Soprattutto è lei che sottrae alla preoccupazione la vita improvvisata all'aperto e indifesa e solo in casi eccezionali la rende cosciente come surrogato, in sostituzione o emergenza abitativa. Eppure la permanenza precaria dei senzatetto negli spazi pubblici e semipubblici potrebbe rendere la vita in generale memorabile. Tuttavia, il luogo più naturale in un appartamento ordinario merita un'attenzione interrogativa: il soggiorno. Fino alla metà del XX secolo, era quasi mitizzato come un luogo caldo degli ideali borghesi e dotato di un'industria di "mobili per la casa" ad ampio raggio secondo il ritmo delle ondate cicliche della moda. Tuttavia, dietro il segno del postmodernismo tecnologico-mediale, lo scopo del "salotto" si è staccato in molti luoghi: dallo spazio sociale del "noi" al semi-deserto comunicativo di una bolla televisiva e dell'intrattenimento costantemente pulsante. L'influenza degli sforzi di costruzione della comunità sta diminuendo, a favore di inondazioni immersive e sconfinate di immagini provenienti da macchine dell'immaginazione dei mass media di ogni tipo. 


Costruire e vivere

In antico alto tedesco significava costruire: "Il modo in cui sei e io sono, il modo in cui noi esseri umani sulla Terra sono ., Il Baun, i vivi" . Costruendo, le persone creano un luogo in cui vivere. "Vivere e costruire sono in relazione tra loro nel rapporto di fine e mezzo."  Nella Costruzione sorgono (comprese le condizioni materiali) per tali persone sulla Terra sono e possono condurre le loro vite. Ecco perché "costruire" sta etimologicamente accanto a "esistere", che si esprime fortemente in "vivere" ma piuttosto debolmente in "abitare". I senzatetto in fuga non possono né vivere né costruire finché fuggono, perché la loro mobilità non segue una forma coltivata di vita errante (come con i nomadi). Ma le strutture ausiliarie fatte di cartone, legno di scarto e materiale da costruzione abbandonato avanzi per una o due notti, che servono ai senzatetto come rifugi di emergenza e proteggono i senzatetto nel modo più minimale, sono strutture (improvvisate). Ma sono anche luoghi di residenza per questo motivo? I nomadi vivono anche in luoghi (temporaneamente) fissi e in movimento. Tuttavia, la loro vita errante è l'espressione di una tradizione e non il risultato di vere difficoltà. Il loro soggiorno spesso solo breve in abitazioni dismesse offre un rifugio confortevole, tranquillo e suggestivo grazie alle cose familiari che hanno portato con sé e alle situazioni in continua evoluzione dell'essere a casa. Non da ultimo per questo, il nome della yurta (per la tenda rotonda dei nomadi) è anche associato al significato della casa. Al contrario, la situazione dei senzatetto significa che la permanenza fluttuante nello spazio pubblico è più salvavita e l'esenzione grezza in non protetta. Non offre alcuna opzione di casa. L'edificio lascia residui, spazzatura, buche, spazi vuoti - problemi per chi viene dopo di loro. Le persone fisiche, le aziende e le società, però, non fanno affidamento solo sulle proprie risorse, ma anche sui beni comuni: materiali finiti della natura e risorse sociali di terzi. Anche perché il mondo dell'abitare ha cominciato a spaccarsi in modo socio-economico discutibile, si rivendica una revisione critica dell'abitare. Laddove la produzione edilizia di appartamenti serve solo a massimizzare i profitti da affitti esorbitanti, che distruggono anche il più piccolo spazio abitativo, l'edilizia e l'abitare devono diventare memorabili. Tanto più che spesso sono abbastanza i senzatetto che permettono la loro pseudo-edificazione con i rifiuti e gli avanzi dell'edilizia “normale” che viene divorata dai materiali.     

 
Culture viventi disparate

Anche nelle società urbane dell'antichità le condizioni di vita non erano uguali (qualità), ma piuttosto caratterizzate dalla differenza sociale. Nella tarda era moderna neoliberista, il divario tra ricchi e poveri si allargava e le forme di vita seguivano sempre più solo un percorso economico. La frammentazione sociale della società mostra nel suo volto spaziale (urbano) dell'abitazione come e dove le persone sono radicate. Il grattacielo attira nelle metropoli alla moda come un mondo da sogno per eccellenza. Nomi clamorosi come "Onyx", "Omni Tower", "Tower 90", "One Forty West" o "Praedium" stanno (usando l'esempio della città di Francoforte sul Meno) per la massima stravaganza e la più alta "cultura" di rappresentazione. Prezzi al metro quadro radicalmente esagerati garantiscono effetti di bottega chiusa nella vita cittadina, che rendono ridicola ogni retorica di “inclusione” a sfondo socio-politico.

Il contromondo del glamour si rivela da un lato nell'espulsione dei senzatetto, dall'altro nel loro luogo di residenza sotto forma di un'occupazione fluttuante di alloggi di emergenza improvvisati-informali (compresi i livelli B di sotterranei e treni suburbani) e angoli bui (accanto ai moli dei ponti e negli sporchi ingressi delle proprietà di demolizione). Ci sono aree di sosta (temporanei), i senza tetto di elemosine non monetari 
dato essere - "doni", nel senso della parola, perché non richiedono equivalente al di qua di ogni logica dello scambio. Il danno socio-economico collaterale di un'economia scatenata dal neoliberismo si rivela nei luoghi in cui le persone vivono invece di vivere: biografie tragicamente sfuggite di mano e "cadute nel dimenticatoio" di sogni di vita più modesti che fantastici, esuberanti. Se ci sono anche stanze di "gioco" monetarie che situano in modo speciale la vita e definiscono il quadro di ciò che è possibile in essa, non ci sono solo contrasti abbaglianti e clamorosi - per così dire tra la mensa dei cappuccini e la residenza nobile . Ci sono anche laboratori viventi sperimentali per i campi della classe media. Originali e innovative in questo senso sono le cosiddette tiny house, progettate per generare i massimi benefici abitativi negli spazi più ridotti e per rendere accessibili gli affitti cittadini. Caratteristicamente, il rinascimento è radicato in un'idea antica  

 nella crisi immobiliare statunitense e la tattica di fare della necessità una virtù. Le varianti collaudate in questo paese colpiscono per il loro coraggio decisamente audace di reinterpretare eufemisticamente le esigenze esistenziali dell'abitare. 
Se il Ministero federale dell'edilizia avvia un programma per promuovere la costruzione dei cosiddetti appartamenti vari (da 14 a 30 metri quadrati) per studenti e anziani nel 2015/16, questi micro-appartamenti dovrebbero suscitare rapidamente un vivo interesse al di là dei gruppi di utenti previsti perché sono più abbordabili rispetto ai formati comuni sul mercato immobiliare “libero”. Ciò che significa vivere nel presente non si attualizza solo ai margini (lussuriosi ed emarginati) della società, ma in un dramma strisciante già nel mezzo. Le idee viventi nate nei laboratori di tendenze urbane di New York, Londra e Amsterdam possono essere considerate "hip"; alla fine sono meno innovativi che rassegnati. Travestiti nelle vesti architettoniche della "Nuova ondata di postmodernismo", illustrano in modo più impressionante il restringimento dello pseudo-scarto politico nella progettazione dei mercati immobiliari. Il modello di co-housing o co-living (ibrido tra arcipelago di appartamenti e hotel di servizio), celebrato nell'ingenuità post-critica come la rinascita del comune , non può che essere frainteso come una forma di vita "alternativa". Metafore collettiviste, utopie di sostenibilità e democrazia di base esaltano (spesso con una forte punta di esoterismo) solo i disagi sociali di un mercato immobiliare oppressivo. 

Piccole case nel senso della parola sono state a lungo i "mobili" dei castelli di carri che sfidano le norme di un'estetica residenziale regolata dai mass media. Ma i rimorchi da costruzione colorati e i rimorchi non sono creazioni alla moda del "bel vivere". Nella loro forma miniaturizzata, sono più simili a think tank 
. Tuttavia, ciò non impedisce alle autorità di regolamentazione di percepire ripetutamente gli insediamenti fluttuanti nel loro programma visibilmente alternativo come un fattore di disturbo e di trattarli di conseguenza. Sono una spina nel fianco della società borghese, anche perché usano la forza della comunità come spirito sperimentale per sperimentare alternative al vivere e vivere "ordinati".  

Abbiamo bisogno di un'etica del vivere?

Il comando di Heidegger di considerare la vita come qualcosa di discutibile porta a un'etica del vivere. "Sarebbe sufficiente se vivere e costruire entrasse nel discutibile e rimanesse qualcosa di così memorabile ".   L'obiettivo di ogni persona di condurre una vita felice si esprime anche nel modo in cui vive. Tuttavia, non è una questione di etica promuovere l' impegno individuale per la felicità (illimitata), ma cercare standard per la regolamentazione di una buona e premurosa convivenza. Poiché è improbabile che lo sviluppo "libero" delle forme di vita alla ricerca della felicità venga limitato dal potere della saggezza divina, viene rivendicata la raccolta di tutte le facoltà riflessive immaginabili dell'uomo - in altre parole: la critica del suo pensiero e della sua volontà. È ovvio che i sentimenti giocano un ruolo di primo piano, motivo per cui questi dovrebbero essere prima di tutto oggetto di un esame critico delle conseguenze di una realizzazione (illimitata) di desideri viventi. La misura normativa guida della valutazione non può che risiedere nella conoscenza dei limiti del vivere possibile. Questo è il motivo per cui Aristotele ha osservato sulla ricerca della felicità delle persone: "Il fatto che il destino della prole e di tutti gli amici non dovrebbe influenzare affatto la felicità sembra troppo disumano e contraddice le convinzioni generali".   

Un'etica del vivere equivarrebbe a un programma di valutazione della filosofia esistenziale. Come un codice di "preoccupazione e una cultura multidimensionale di lungimiranza e considerazione, Heidegger ha usato la parola "risparmiare". Nell'attualità politica quotidiana, tuttavia, manca una lungimiranza come il pensiero di verifica multiprospettica, perché i limiti dei diritti di 
apparenza "democratici" all'autorealizzazione dovrebbero poi venire in luce critica. Non solo per questo è evidente che vivere nelle metropoli in forte espansione si avvicina a una duplice crisi: in primo luogo, quella della divisione sociale nella società e dell'abbandono della società civile, e, in secondo luogo, della disillusa intuizione della contraddizione pratica del obiettivi di sostenibilità intesa in modo olistico. Da un lato, le forme lussureggianti dell'abitare aumentano in una coreografia di esuberanza a una danza sul vulcano. D'altro canto, i crescenti problemi dei senzatetto rivelano l'enigma di una cultura dell'abitare dilaniata in termini di legittimazione politica. Numero in rapido aumento di persone affette da senzatetto richiamano l'attenzione sul fatto che la politica degli insediamenti e della costruzione di alloggi si occupa da tempo della questione esistenziale della disponibilità di appartamenti cittadini a prezzi accessibili. Già solo per questo motivo abitare sarebbe troppo sommariamente inteso come allestire con mobili o garantire un regolare approvvigionamento di energia e acqua potabile. Diventa una situazione problematica delicata in cui la migrazione interna porta ad un aumento selettivo dell'attrattività di città già ambite, mentre altre sprofondano sempre più nella crisi (infra)strutturale attraverso l'emigrazione. Di conseguenza, c'è un rischio crescente di drammatica divisione sociale. Ciò non riguarderebbe quindi solo i distretti, ma intere città. Ciò rende ancora più urgente il compito di una revisione critica dell'organizzazione sociale dell'abitare nel senso di ciò che Martin Heidegger ne intendeva: il modo in cui le persone (con gli altri!) vivono sulla terra. "Il rapporto tra le persone e lo spazio non è altro che il vivere essenzialmente immaginato."  Poiché le condizioni di vita sono soggette a continui cambiamenti, la vita deve essere praticata e reimparata ancora e ancora. Ciò include non solo preoccupazioni pratiche, ma anche etiche. 

 

 

L' Abitare è un diritto fondamentale

Nei Paesi civili - e l' Austria,

                         

Karl-Marx-Hof, ca. 1930, Vienna (Arch. Karl Ehn)

 

Svizzera, Germania, Francia, Paesi Bassi e Paesi Scandinavi tali sono, tali sono come sotto certi aspetti fu l' Italia negli anni del Fascismo -, la speculazione edilizia e fondiaria si combattono più o meno diversamente, in ogni caso non vi si convive come in !questaa“ italia..

Da quando è stata per la prima volta affrontata con minuziosa analisi da Friedrich Engels, la <questione abitativa>, a prescindere dalla grande operazione avviata dal Fascismo con il coinvolgimento dei migliori architetti di quella stagione, è servita soltanto ad appagare gli appetiti di immobiliaristi e speculatori.

Come affrontare l' emergenza abitativa nei casi di calamità naturali

 Come poter affrontare le emergenze abitative nei casi di calamità naturali

 

Il container: questo sconosciuto

                                                              

Il container, allora, per alleviare la vita dei terremotati in attesa di quella ricostruzione postsismica che non arriva mai, nonostante quel noto refrain ("non vi lasceremo soli")cantatato più volte dal Presidente della Repubblicsa a popolazioni provate dagli effetti dei sismi ? Senza dubbio e riserve, SI, ma per il tempo strettamente necessario che consenta ad architetti e ingegneri di leggere, e metabolizzare i contenuti del libro di Christian Norberg-Schulz, pubblicato all' inizio degli anni Ottanta, "Genius loci. Landschaft, Lebensraum, Baukunst" (it.: Genius loci, Paesaggio, Spazio di vita, Architettura) - ma anche il prezioso e breve saggio di Luigi Piccinato, "Urbanistica medievale" e quell' impareggiabile e appassionato Studio die Wofgang Braunfels, Mittelalterliche Stadtbaukunst in der Toscana" (it.: Urbanistica Medievale in Toscana") -, il quale a ben ragione sostenne la tesi secondo la quale gli gli spazi plasmano l' uomo e noi aggiungiamo che dei vecchi edifici il gradimento è maggiore.e che loro differenzazione, scala umana e valori formali semplici siano stati il risultato di una perduta (ma recuperabile) accuratezza artigianale.

Il futuro dell' abitare o l' abitare in un futuro che è già presente?

Il futuro dell' abitare o l' abitare in un futuro che è già presente?

 

Tutto doveva avere inizio in una avveduta ricostruzione postsismica con al centro le tipologie edilizie fulco della città medievale italiana: la casa urbana „a schiera“ e la casa „a torre“. I centri minori dell' Italia centro-setttentrionale, l' approfondimento del lavori di autorevoli studiosi del passato, da Enrico Guidoni e Luigi Piccinato a Leonardo Benevolo, in snergia con didattica e ricerca nelle Scuole di Architettura avrebbero potuto offrire più che spinti, anticipazioni sulle dinamiche che hanno coinvolto la città in molti Pesi del mondo anticipate come sono sono state negli anni Venti del secolo XX dai protagonisti di movimenti come l' Existenzminimum di Alexander Klein, il Bauhaus di Walter Gropius, la Vienna „rossa“ di Karl Ehn, che posero al centro più del dibattito, della realizzazione concreta ispirata e trascinata da istanze sociali e percepita da una Politica socialdemocrata degna di questo nomre, l' abitazione, senza per questo farci dimenticare certe malformazioni del Movimento Moderno, in ispecie riguardo al fenomeno-città con le le più tardi aspre prese di posizione di socilogi di punta come Alexander Mittescherlich, filosofi sociali come Henri Lefebvre, antropologi come Marc Augé, etc. Nel crogogiuolo di queste indimenticabili esperienze l' Italia, a partite una certa sensibilità manifestata dal Fascismo per l' edilizia economica e popolare, ha svolto, e continua a svolgere, un ruolo che cenerentola è diventato insignificante, per via di una (mala)politica che non mai ha trovato un sussolto di riscossa. La ricostruzione postsismica, in ragione die caratteri ispiratori, sociali e artistici delle due tipologie residenziali testé ricordate, avrebbe potuto e dovuto fare da ispirazione guida nell' affrontare in maniera eminente culturale le due questioni che continuano ad affliggere le società moderne: abitativa e urbana all' interno di quel grande ambito che raccoglie polis, urbs, quali matrici indiscusse della città europea. Nulla di tutto questo in passato e assoluta prospettiva di ripensamento nel presente e, ahinoi, in un futuro che continua a sfuggirci dalle mani e dalle coscienze, attratti come siamo dal fatuo e inibiti dal banale e dal superficiale che strangolano sul nascere ogni impulso alla riscossa e ad una rinascenza morale e culturale.

Il futuro dell' abitare

Il futuro dell' abitare

 

 Dinamico, colorato, sociale smart, collegato in rete e multifunzionale, così architetti, ingegneri, sociologi, ricercatori e pianificatori urbani immaginano la città del futuro. Una cosa è certa: il futuro appartiene alla città, poiché secondo l' opinione di osservatori, il trend dell' urbanizzazione è in crescita inarrestabile e la molteplicità degli stili di vita e delle forme dell' abitare tendono ad una integrazione in spazi semre più ridotti.

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Il futuro dell' abitare e della città

 

Il futuro dell' abitare

 

Alcun tema occupa e preoccupa le società della grande famiglia mondiale in maniera così intensa come l' abitare, sia che si tratti della casa che della città. Si tratta di un trend centrale del quale in Germania ad occuparsi è lo „Zukunftinstitut“, che,,fondato nel 1998, ha caratterizzato in maniera notevole la ricerca sul futuro ponendosi come un influente Thin Tank della ricerca europea sui ternd e sul futuro. L' ambito della sfida quotidiana ruota intorno alla domanda: quali cambiamenti, trends e megatrends caratterizzano il nostro presente e quali deduzioni si possono trarre per il futuro della società, dell' impresa e della cultura.

 Il tema dell' abitare non riflette gli aspetti se in proprietà o in affitto, bensì larelazione tra pubblico e privato, famiglia e lavoro, libertà individuale e sicurezza colletiva. In primopiano si pongono i concetti dell' abitare che devono rispondere alle cogenti domande poste dai mutamenti demografici in corso e in definitiva in che modo di reagire sia ai cambiamenti climatici che agli avvenimenti della natura. Le recenti inondadazioni in Italia, in Europa e nel mondo ha conferito (meno in Italia) al dibattito sul futuro dell' abitare una completamente nuova dimensione e una inaspettata forza esplosiva. Ma anche imprese di servizi e del terziario in quasi tutte le branche: dalle banche alla gestione dei rifiuti urbani, dall' industria dei mobili fino all' high-tech, dalla gastronomia ai gestori di servizi di formazione.