Secondo Niessen si è solidificata, nel tempo, una tendenza che ha schiacciato lo sviluppo simbolico urbano attorno ad un’unica direttiva: quella del decoro.
Dando prova di un’incredibile agilità, lo scimmione scala l’Empire State Building a New York.Qui, issatosi sulla punta dell’edificio, urlante e terrificante, King Kong – non prima di aver liberato la “bella” che stringeva in un pugno, esibendo un’inaspettata tenerezza – ingaggia un duello con una flotta di aerei giunti per abbatterlo. Allo scimmione riesce persino di acciuffare qualcuno di quei ronzanti apparecchi. Ma si tratta di una vittoria effimera: colpito a morte, precipita nel vuoto. King Kong simboleggia l’ultima eruzione di una natura incontrollabile e indomita, primigenia e oscura, sconfitta dalla tecnologia che nelle fortezze volanti trova uno dei suoi simboli più potenti. La battaglia tra i due mostri – tra il grattacielo e lo scimmione, tra il gigantismo verticale del segno umano e la natura come ricettacolo del primitivo – si conclude con il trionfo del primo. Come ha scritto Antonino Terranova, con King Kong ha inizio «la storia della reciproca esaltazione simbolica dei grattacieli e dei mostri o supereroi dell’immaginario».
La città, in realtà, ha sempre flirtato con l’immaginario della catastrofe. Cinema, fumetto, arte hanno fatto a gara a fantasticare la distruzione della metropoli, periodicamente fatta a pezzi, sventrata, bruciata, sommersa da mostri, alieni, uragani, eruzioni, cataclismi di ogni genere. Questa estasi funeraria, come l’ha chiamata Mike Davis, ha velato la trasformazione – questa sì, reale – che ha cambiato radicalmente il volto (e le funzioni) della città occidentale: la deindustrializzazione che, come scrive Bertram Niessen nel suo Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo (Utet, pag 256, euro 19), ha aperto nel tessuto urbano, simili a crepe, crateri, smagliature, «spazi non determinati e porosi, aperti alla possibilità». Smarrita la sua vocazione industriale, migrate dal suo tessuto le grandi fabbriche novecentesche, la città è stata costretta a reinventare la sua identità e ridisegnare la sua economia non più sulla produzione ma sul terziario, quel bricolage di servizi e attività che ruota attorno alla conoscenza. Spazi abbandonati, scheletri di fabbriche, capannoni in disuso sono però rimasti a bucherellare la superficie urbana: la città ha finito per inglobare, al suo interno, una sorta di cimitero industriale. Che fare di questi spazi? Come reinventarli? A cosa destinarli? Quali identità essi sono in gradi di rispecchiare? È iniziata così la trasformazione del volto urbano, con la città divenuta, scrive Niessen, «un campo da gioco di cui riappropriarsi collettivamente». Per afferrare questa attitudine, suggerisce lo studioso, è necessario però un salto epistemologico. La città non va pensata come qualcosa di fisso, stabile, fermo, inchiodato a una vocazione immodificabile. Al contrario, essa è un organismo mobile, fluido, il cui perimetro è continuamente sfidato e ridefinito dai flussi: dai flussi fisici delle persone che la abitano o la attraversano a quelli virtuali dei dati, a quelli, infine, dei significati simbolici. La città è prima di tutto una macchina di senso, un contenitore semiotico con il quale siamo continuamente chiamati a fare i conti (e a costruire). «La città – argomenta Niessen – è solo in seconda istanza fatta di edifici, di asfalto e di strade. Prima di tutto, la città è fatta di persone che fanno cose assieme. La città non è data: la città si fa».
Ma cosa accade alla città quando essa è costretta a fermarsi? Quando sperimenta quella sorta di grado zero delle sue possibilità che è il rimanere ferma, svuotata dei flussi che la costituiscono? Quando, con il Covid, si è prodotto il «congelamento prolungato di una delle caratteristiche fondative della vita urbana: il movimento» e, con esso, l’ammutinamento della socialità, azzerata dalla necessità di fermare la diffusione di un virus? Il vortice si è arrestato. La città si è fatta immobile, costretta a una immobilizzazione forzata, infilzata – scrive l’autore – da una sorta di «collasso sociospaziale». La pandemia ha risolto la tensione che sempre elettrizza i due poli della nostra vita, la strada e la casa, a tutto favore della seconda: «La casa è divenuto lo spazio in cui si è compressa quasi tutta l’esperienza quotidiana». Quali cicatrici ha lasciato nel corpo della città l’esperienza del lockdown? Come può essa recuperare l’attitudine alla trasformazione, alla polisemia, all’incontro, all’ibridazione che costituisce la sua vocazione più segreta?
Secondo Niessen si è solidificata, nel tempo, una tendenza che ha schiacciato lo sviluppo simbolico urbano attorno ad un’unica direttiva: quella del decoro. La città rischia di essere assoggettata all’istanza «totalitaria» del decoro, dell’ordine, del nitore, del disciplinamento dei corpi che la abitano e attraversano. Il vortice si appiattisce. Da epicentro del cambiamento, anche traumatico, anche incontrollabile, la vita urbana rischia di scadere a semplice prolungamento dell’esistente, a immobilità mascherata per cambiamento. Come rompere, allora, questa stasi? Come restituire alla vita urbana il suo potere simbolico, il suo potere di dar vita a significati nuovi?
La ricetta di Niessen passa per il recupero di una «cultura del disordine» nella quale gli attori sociali, culturali ed economici possano recuperare l’originalità della propria voce, capace di «interferire» attivamente con tutte le altre. «Per le città, aprire la cultura al disordine – e aprire il disordine alla cultura – vuol dire superare la nevrosi del decoro, accettando che le strade, le piazze e gli edifici divengano spazi di presa di parola e di esercizio estetico di individui e gruppi sociali, in particolar modo di quelli più marginalizzati. Abbiamo bisogno di cultura indecorosa e non decorativa, che faccia domande, che sporchi, che ogni tanto non ci faccia dormire e che ci metta scomodi». Un posto abitabile, insomma, anche da King Kong.
Crisi urbana: come riconnettersi con la città
La città, con gli skyline mozzafiato, le strade affollate e i rumori incessanti, è stata per secoli il luogo in cui l’umanità ha trovato rifugio, opportunità e connessione.
Tuttavia, negli ultimi decenni, abbiamo assistito a un graduale declino del senso comune che caratterizza la nostra vita urbana. Le città sono diventate labirinti caotici in cui il senso di appartenenza e di comunità sembra essere svanito nel vortice della modernità.
L’essere umano plasma il centro urbano, ma anche la città stessa plasma l’essere umano e, in un’era in cui le metropoli non rispecchiano più le nostre esigenze, è nostra responsabilità ridare un senso allo spazio che abitiamo.
Bertram Niessen, ricercatore, progettista, docente e direttore scientifico di cheFare (agenzia per la “trasformazione culturale” che, “insieme a comunità, organizzazioni e istituzioni” crea “nuove forme di impatto culturale”, sviluppando progetti), nel suo libro Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo (Utet, 287 pagine, 19 €), propone alcune strategie per superare la crisi urbana.
I fenomeni della crisi urbana
Quali sono i fenomeni che stanno rendendo le città vortici spaventosi, più che seducenti? Il primo è l’ espansione incontrollata, cioè la crescita sproporzionata e disorganizzata delle aree urbane che riduce gli spazi verdi, aumentando il traffico e quindi l’inquinamento.
C’è poi la gentrificazione che riguarda le aree più periferiche e caratteristiche, che vengono trasformate in quartieri di tendenza per ricchi. Si tratta di un fenomeno paradossale perché con l’aumentare del prezzo degli immobili si allontanano le classi popolari e si compromette l’identità socio-culturale del distretto.
Un caso eclatante di gentrificazione è il quartiere Nolo di Milano che, da zona popolare e multiculturale, è diventata cool. Le vecchie abitazioni sono state trasformate in appartamenti moderni, destinati a una nuova classe di abitanti con redditi più elevati e molte botteghe sono state sostituite da posti alla moda. La richiesta di case ha aumentato il costo della vita rendendo difficile per gli abitanti storici del quartiere continuare a vivere lì.
«Questi aspetti - spiega Bertram Niessen - stanno aumentando vertiginosamente le ingiustizie urbane dal punto di vista della povertà, della salute e della vivibilità. Questo vuol dire che facciamo sempre più fatica a vedere le città come spazi collettivi di crescita e miglioramento. Dobbiamo smettere di nascondere le cause delle disuguaglianze, chiamarle in causa e imparare nuovi modi per affrontarle».
Lo spazio urbano ridotto a prodotto di marketing
Da quando il fulcro delle attività produttive si è spostato dal settore industriale al terziario, le città sono diventate più attraenti, un fenomeno che l’autore chiama “disneyficazione”. Alcune sono diventate veri e propri “brand da promuovere”: Roma la città eterna o Parigi dell’amore; la Milano da bere e poi “la città che sale” dopo Expo 2015.
Le città sono però stracolme, costantemente affollate da residenti, pendolari e turisti. Un esempio tangibile di questa situazione è quello di Venezia che ha deciso di contrastare l’impatto umano sull’ambiente fragile della città con una tassa di ingresso per limitare il turismo di massa “mordi e fuggi”.
Per gestire la mobilità dall’esterno all’interno (e viceversa) servono dunque nuove opzioni per ridurre il traffico e l’inquinamento, a esempio favorendo la mobilità dolce e, quindi, l’uso della bici e dei mezzi di trasporto pubblici.
Come sottolinea Bertram Niessen “oggi chi si occupa di cultura urbana deve smettere di inseguire il marketing territoriale e indagare il senso, attraverso il confronto e lo scontro”. È per questo che è essenziale dialogare e trovare nuove soluzioni per evitare che il vortice di crisi locali e globali ci travolga completamente.
Il concetto di abitabilità dopo la pandemia
Come spiega l’autore, «La pandemia ha compresso le funzioni urbane nel domestico, facendo detonare le contraddizioni»; molti hanno avuto difficoltà a immaginare il loro futuro in città, soprattutto chi si è trovato a pagare affitti esorbitanti per vivere in un piccolo monolocale claustrofobico, mentre gli amici in provincia godevano di una vita migliore nelle loro case con giardino o vista mare.
Insieme ad altri elementi come il costo della vita, lo stress e l’inquinamento, il Covid ha innescato un cambiamento radicale, mettendo in discussione le concezioni tradizionali sulle città e sulle dinamiche sociali, soprattutto perché il lavoro da casa ha reso meno indispensabile vivere vicino all’ufficio.
«La dimensione sociale della casa è un rimosso che bussa alle porte del dibattito pubblico da decenni - sottolinea l’autore - è diventata evidente la frattura tra chi è proprietario (magari di case grandi, o magari di più case) e chi non lo è. Oggi questa disuguaglianza reclama spazio politico, culturale, simbolico».
Ma non è solo una questione di libertà e costi. La mancanza di connessione sociale e il senso di appartenenza sono diventati problemi seri. Abbiamo bisogno di comunità solide nelle città, perché la connessione sociale, la solidarietà e il senso di appartenenza sono fondamentali per il nostro benessere individuale e collettivo.
Riconnettersi con la città
Non è ancora tutto perduto, ma le metropoli devono adattarsi alle persone. Di conseguenza, il ritmo urbano dovrebbe essere dettato dai cittadini anziché dalle automobili o dal profitto. Inoltre, ogni spazio dovrebbe essere flessibile e adattabile per svolgere diverse funzioni; per esempio, le attività quotidiane di base dovrebbero poter essere svolte nel proprio quartiere, in modo da ridurre lo stress, soprattutto di fronte a imprevisti.
Come ci ricorda Niessen anche il mondo è la nostra casa, quindi per contrastare il cambiamento climatico, dobbiamo costruire percorsi di collaborazione che mettano insieme «gli abitanti umani e quelli non umani (animali domestici e selvatici, piante, e oltre) implementando soluzioni verdi e solidali».
Il senso perduto di comunità
C’era un bambino, che amava sedersi sulla sponda del fiume, dopo un temporale e guardare, con occhi sognanti l’arcobaleno. Un gioco di acque riflesse nel sole, un nastro di pioggia e colori, una seta lunga e sottile dalla vita breve. Il bambino chiudeva gli occhi perché non svanisse nel cielo morbido con il primo sole. Lo guardava specchiarsi nell’acqua senza patria del fiume, un riflesso diviso tra due mondi a metà. Quel bambino divenne uomo e studiò architettura. Si chiamava Mimar Hayruddin e fu lui a pensare che quell’arco doveva diventare realtà, non svanire a ogni sole. Così progettò un arcobaleno di pietra, che unisse le due parti della città: quella musulmana e quella cristiana. Era il 1566 e per ordine del sultano Solimano Mimar costruì quel ponte sulla Neretva, che ancora oggi dà il nome alla città di Mostar, nel sud della Bosnia-Erzegovina. Non so se sia andata davvero così, ma mi piace pensarlo e quel ponte divenne un simbolo: per secoli quel sottile ed elegante arco di pietra che univa due mondi, due modi di pregare dio, due storie diverse fu la testimonianza di come sia possibile convivere nella diversità. Così nasce una comunità, dalla volontà di non pensarsi diversi, di volere condividere spazi e tempi, di pensare insieme a un domani comune. «Comunità» è una parola calda, che evoca intimità, la pronunciamo con una certa nostalgia. Infatti, mai questo termine è stato usato come da quando ne sentiamo la mancanza. Perché? La dilatazione delle aree urbane e la frammentazione del lavoro hanno inferto un primo colpo a quei rapporti «faccia a faccia» che ci facevano sentire parte di una comunità. Il cittadino è progressivamente diventato più solo e isolato. La città finisce così per frammentare il suo spazio e i legami tra le persone, dando vita ad aggregazioni ridotte, che non si trasformano mai in comunità vere e proprie. A questo si aggiunga che la crescente rapidità di movimento. L’accelerazione impressa alle nostre esistenze e ai flussi di informazione che quotidianamente ci avvolgono, ci hanno portato a vivere in un eterno presente, privo di passato e di memoria. L’ora e il qui diventano preponderanti rispetto al tempo passato e a quello futuro. È la surmodernità, un’accelerazione della storia in cui la rapidità ha annullato le distanze, e pertanto il tempo prevale sullo spazio. Il progressivo venire meno di quei rituali collettivi, che contribuivano a mettere in scena una società, induce una progressiva perdita della memoria e del senso di appartenenza. I rapporti si fanno più fugaci e meno durevoli. La sempre più massiccia presenza di tecnologia mobile di comunicazione interferisce non poco nella formazione delle relazioni umane. La sola presenza di telefoni mobili iniretva, insignificante dal punto di vista strategico, è stato distrutto dalle artiglierie nemiche. Perché era un simbolo troppo forte per chi invece, e oggi sono molti, vuole dividere. Eppure di ponti abbiamo bisogno anche per guardare avanti. Il futuro, il nostro e quello degli altri, è su un’altra sponda: come raggiungerla? Con la coscienza. Con la coscienza e la responsabilità che dovremmo provare per chi viene dopo di noi. Sono questi i materiali che dobbiamo usare per costruire quel ponte. Se non riusciamo a costruire ponti allora facciamoci contrabbandieri, come diceva il compianto Alexander Langer. Se al mondo c’è chi traccia confini disegnati su presunte identità, su false razze, sul colore della pelle allora dobbiamo cercare di attraversare quelle frontiere, di frodo magari, per portare al di là della linea ciò che manca. È questo che facevano i contrabbandieri. Il contrabbando è un’attività illegale, che si muove ai margini, ma che spesso risulta necessaria alla sopravvivenza di una comunità. La storia dell’umanità intera è fatta di contrabbando: come si è diffusa la scrittura, l’agricoltura, la scienza? Grazie al contrabbando di idee da una comunità all’altra. Oggi è il tempo di contrabbandare la coscienza, la coscienza di essere tutti umani
(Ri)educazione alla cittadinanza.
L’astensionismo e il senso perduto della “polis”
L’astensionismo e il senso perduto della “polis” Si è molto parlato, in questi giorni, dei vincitori e degli sconfitti del voto di domenica scorsa. È stata anche segnalata, con allarme, in particolare su queste pagine, la crescita dell’astensionismo, con i votanti scesi al 60%, sette punti in meno rispetto alle amministrative del 2012. È necessario però tornare e insistere sul significato che questo fenomeno assume in una tornata elettorale specificamente dedicata al rinnovo delle amministrazioni comunali. Si attribuisce spesso l’astensionismo alla lontananza della politica, fatta nei palazzi del “potere romano”, dai reali problemi della gente. Il cittadino medio a volte stenta a rendersi conto che le leggi varate nelle aule parlamentari incidono poi in modo decisivo sul suo tenore di vita quotidiano e, di conseguenza, è via via diventata più forte in lui la tentazione di considerare irrilevante la scelta dei suoi rappresentanti a livello nazionale. In questo caso, però, non si trattava dei “massimi sistemi”.
Non erano in questione le grandi scelte della politica economica e di quella internazionale, ma i problemi che le persone si trovano a vivere nella loro quotidianità – la qualità dei trasporti, l’accesso agli asili-nido, la pulizia delle strade. Per questo il livello dell’astensionismo in queste elezioni deve preoccuparci ancor più di quello nelle consultazioni nazionali. Perché rivela la perdita, in larghe fasce della popolazione, non solo del senso dello Stato, già da tempo consumata, ma anche dell’appartenenza, più elementare, alla comunità cittadina, da cui dipende, anche terminologicamente, la cittadinanza. Perché una città non è innanzi tutto un insieme di edifici, di strade, di servizi – quello che i latini chiamavano urbs – ma un tessuto di relazioni umane che stringono coloro che ne fanno parte in un unico destino (in latino, civitas, in greco polis). Lo stesso insieme urbanistico, con le sue strutture di cemento e di pietra, non è altro che il racconto che questa comunità fa di se stessa nel tempo, costruendo, ricostruendo, o anche semplicemente abitando gli edifici, le strade, le piazze.
È a questo livello che si dovrebbe acquisire il senso della cittadinanza politica, imparando nella vita di ogni giorno cosa significa perseguire, con i propri sforzi e i propri sacrifici, un bene comune che può rendere più umana la vita di tutti e da cui trae la sua esistenza la comunità. Senza questa esperienza, il grande racconto con cui la città esprime se stessa, sia pure in una fisiologica diversità di toni e di punti di vista, si disgrega in una babelica molteplicità di rivendicazioni, di proteste, di accuse reciproche. E se questo accade nell’ambito cittadino, c’è da aspettarsi purtroppo che diventi impossibile, a maggior ragione, quella partecipazione responsabile al governo della nazione che la formula democratica implicherebbe.
La reazione più drammatica, di fronte a questa involuzione, è la muta disperazione di chi, evidentemente, percepisce l’irrilevanza della propria voce in questa Babele al punto di rinunziare perfino alla contestazione. È un atto di denunzia, più eloquente di qualunque “voto di protesta”, della difficoltà delle nostre città di essere ancora raccolte intorno a dei fini che siano veramente comuni, e non rispecchino solo interessi di partiti, di gruppi, se non addirittura di singoli. Il problema allora riguarda la qualità della cittadinanza non solo di quelli che si sono astenuti, ma anche di coloro che sono andati a votare e degli amministratori che sono stati eletti. La risposta corretta a questa crisi non sono certo gli slogan propagandistici che in questi giorni vincitori e vinti si scambiano, pensando già alle prossime occasioni di scontrarsi e di misurare le proprie rispettive forze. Si tratta, piuttosto, di avere il coraggio di ripensare la politica a partire dall’esperienza concreta della polis, della città.
E il primo passo da fare, al di là delle diverse prospettive in campo, è di restituire alla gente la sensazione di essere ascoltata e di poter avere un ruolo nel decidere il destino comune. Questo comporta che si cerchi di creare – in tessuti urbani dove proliferano quelli che Marc Augé chiama “non luoghi” – spazi di comunicazione tra i cittadini, e tra i cittadini e i loro amministratori. Comporta soprattutto, però, che questi spazi si aprano dentro le persone. Per far rinascere dal basso la vita pubblica bisogna metter mano, proprio a partire dall’esperienza delle città, a una radicale opera di (ri)educazione alla cittadinanza, su basi non solo tecniche, ma innanzi tutto etiche. Se non vogliamo che sempre più numerosi siano coloro che si rintanano nel privato, non perché peggiori degli altri, ma per disperazione.
*Un articolo del 2013 apparso su Avvenire che nulla ha perso in attualità e che dovrebbe farci riflettere sul destino della città e sulle possibilità di sottrarla all’ azione distruttrice del cosiddetto homo sapiens.



