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(L. Mies v. d. Rohe)

 

Il FT cambia al cambiare del vento e la GB è un' isola dove il vento è abituato all' incoerenza

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Financial Times: "Draghi al Quirinale manterrebbe la giusta rotta"

(ansa )

Il giornale economico fa l'endorsement per il premier al Colle



20 Gennaio 2022



"L'Italia ha goduto di un eccezionale periodo di stabilità e successo sotto la guida di Mario Draghi". Così si apre un lungo editoriale sul Financial Times sulle prossime elezioni al Quirinale. La testata britannica sostiene che a questo punto sia meglio avere l'attuale premier come Capo dello Stato, visto che ha tutte le carte in regola "per mantenere il paese sulla strada giusta". Secondo il Ft, coordinare la sua ascesa e trovare un premier che lo possa sostituire è un compito assai arduo che richiede che tutti i partiti politici "si uniscano alla squadra". In questo senso, eccetto Fratelli d'Italia, "hanno firmato un contratto con l'UE quando hanno accettato il piano di ripresa. Devono assumerne la responsabilità" sottolinea l'editoriale, che non è firmato.

Il ragionamento è semplice: "Nominato come primo ministro 11 mesi fa per guidare il paese verso la ripresa, l'ex presidente della Banca centrale europea - scrive il Ft - ha irrobustito la campagna di vaccinazione Covid-19 e contro il virus ha dato il via" ad una serie di misure per limitarne la diffusione. Dal punto di vista economico, "il Pil è rimbalzato e il suo governo di unità nazionale ha iniziato ad attuare un programma a lungo termine di riforme economiche e investimenti, sostenuto da 190 miliardi di euro dal fondo di ripresa dell'UE". Si tratta di un'"opportunità unica" per stimolare il potenziale di crescita dell'Italia  e per rendere più sostenibile la montagna di debito pubblico.

Certo, ammette il Ft, "è sempre stato ingenuo aspettarsi che Draghi facesse miracoli" questo perchè "i problemi economici e sociali dell'Italia sono radicati". "Draghi, che non si sarebbe mai presentato alle elezioni del 2023 - ricorda il Ft - una soluzione temporanea. Ma la premiership riformista di Draghi si è rivelata spiacevolmente breve". Questo a causa delle "turbolenze politiche" per l'elezione del Quirinale. Ft sottolinea che "Draghi non ha fatto nulla per dissipare le voci sul suo interesse a salire al Colle. "E il distinto servizio pubblico di Draghi e la sua capacità di esercitare influenza dietro le quinte gli danno credenziali impeccabili per il lavoro".

C'è però un problema: "Il governo potrebbe vacillare o addirittura cadere senza di lui" peraltro in un momento impegnativo con riforme che rappresenterebbero "pietre miliari", tra cui quella fiscale, degli appalti pubblici e della concorrenza. Però la ricerca del nome per il nuovo Presidente sta "una turbolenza politica che sta destabilizzando il governo. Alcuni dei 1.009 deputati, senatori e rappresentanti regionali che sceglieranno il prossimo Capo di Stato a scrutinio segreto non vogliono Draghi, sia perchè temono che acquisti troppa forza, sia perchè il suo trasferimento al Quirinale potrebbe far scattare elezioni a sorpresa e perderebbero i loro seggi". Però, è pur vero che "la mancanza di alternative plausibili accettabili da tutte le parti significa che un'altra scelta potrebbe rivelarsi così divisiva da indebolire il governo o farlo cadere del tutto". Il Ft sottolinea che la candidatura dell'ex primo ministro Silvio Berlusconi "è un caso esemplare".

Il risultato peggiore, a giudizio dell'editoriale, "sarebbe quello di elezioni anticipate che farebbe deragliare il piano di riforma e di ripresa dell'Italia. In queste circostanze, sarebbe meglio avere Draghi alla presidenza che usa la sua autorevolezza e la moral suasion per mantenere il paese sulla strada giusta".

 

C O M M E N T O

 

IERI:
08/12/2021 19:12 CET
Il Financial Times tifa per Draghi a Chigi,non al Quirinale
Secondo il quotidiano britannico un eventuale trasferimento al colle metterebbe a rischio la stabilità politica.

 

OGGI

20.01.2022

siamo alla "coerenza".E allora se la tenga in redazione e non la metta al servizio dell' Italia la giusta rotta, il FT. S' intende Mario Draghi di numeri? Ma allora Jens Stoltenberg se ne intende come lui, tant' è che avendo più verve e vicino alla scadenza da Segretario Generale della Nato, vuole diventare Governatore della Banca Centrale della Norvegia. E chiamalo fesso. No, Jens Stoltenberg è un fulmine. Da studente, cresciuto in una famiglia di politici di primo piano, tenace protestatore contro la guerra nel Vietnam, dopo la frequenza alla Scuola Rudolf Steiner ed alla prestigiosa Katedralskole di Oslo, studia Scienze Economiche all' Università della stessa città, poscia consulente presso l' Uffio Nazionale di Statistica (SSB) e Docente di Economia Sociale presso l' Università di Oslo. Libero da confessioni religiose, ma non ateo, Percorre un cammino nel Partito del Lavoro protestando contro la Nato e dal 1985 al 1989 vice-presidente e presidente dell' Internazionale dei Giovani Socialisti. Dal 1990 al '92 presidente del Partito Norvegese del Lavoro, proprio mentre viene alla luce che Stoltenberg dalla fine entra in contatto con agenti dell' UdSSR a Oslo, tra l' altro con l' agente del KGB Boris Kirillov alle prese con il reclutamento di giovani agenti. Stoltenberg viene acquisito agli del KGB col nome di copertura Steklov. Un' esperienza interessante, com' ebbe ad affermare, che per i quadri militari della Norvegia gli consentì di occuparsi con l' ex UdSSR dopo il crollo del Comunismo nel 1989. Più volte Ministro delle Finanze e Primo Ministro fino al 2014 del suo Paese, sempre al servizio del Partito del Lavoro, sostenuto dagli USA, Francia e Germania nel 2014 viene nominato Segretario Generale della NATO. Questo è l' instancabile Jens Stoltenberg, donde mi darebbe un gran fastidio vedere domattina Mario Draghi, reduce fallimentare dell' operazione "salvataggio Italia" con annesso, per incopetenza e presunzione del PNRR, Capo dello Stato, il secondo inciucio agli alti livelli dopo quello che portò il "giglio" di certo malaffare siciliano, Sergio Mattarella, prima al CSM, tanto per fare apparire le cose pulite, e poi al Quirinale, giammai per volontà del pupo Matteo Renzi, bensì per interesse delle 5 entità che ancora continuano a tenere tra i piedi l' Italia incatenata al ceppo dei suoi intrighi. Quello che di Matterella abbiamo visto per sette anni, sempre con il suo fedele Nausico (Segretario generale del Q. dietro le spalle a fargli da suggeritore, è stato più che penso. E se così è stato per un politicante come Mattarella, immaginarsi cosa sarebbe per essere con Mario Draghi che dalla politica politicante è stato distratto da numeri, bilanci e partite doppie. Pertanto, si a Mario Draghi e NO a Marta Cartabia, il segno della primavera, al Quirinale? Ieri il tedioso "Quadrio", oggi è stato il turno di FT a sperticarsi per l' ex banchiere in pensione. E così l' agognata primavera verrebbe consegnata, taci e maci, agli annali degli inciuci à l' italiana. Cosa non sarebbe, se non l' ennesima v e r g o g n a?

 

 

 

 

 

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Quirinale . . . sempre quirinale . . . nausea quirinale

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Una politica per l’Europa e l’ovvia evidenza di Draghi al Quirinale

di Alberto Quadrio Curzio

(ansa )

Chi deciderà l’elezione per presidente della Repubblica farebbe bene a rivisitare un po' di storia. E capirà che un settennato dell'attuale premier serve all’Italia e all’Europa.

 

19 Gennaio 2022

 

 

C O M M E N T O

su: www.facebook.com/HuffPostItalia

 

 

All' evidenza di fatti e risultati dell' operato, che contrastano con "l' ovvia evidenza di Draghi al Quirinale>, conuigare buon senso della ragione e speranze per un' altra Italia deve costituire un imperativo categorigo che vada aldilà di I. Kant. Che i capisaldi (che poi sono "valori") della democrazia siano giustizia, pace tra i popoli, tolleranza - che, oltre a restare, deve costituire causa comune difendere strenuamente -, è un fatto acclarato e indiscutibile. Di certo alla difesa della democrazia non concorrono "moneta", mercati, caos, malapolitica e malaffare, bensì, e a mio debol parere, Diritto e Legge, garanti di ordine e rigore, oltre a buon senso, umiltà, professionalità e lungimiranza, donde rinunciare al contributo dalla Cultura, latu sensu, e giuridica, strictu sensu, della ND Marta Cartabia, pro Mario Draghi, mi sembra un fare oltremodo dittatoriale e provocatorio che non si addice allo stile di un Quotidiano che s' è proposto di darsi altro habitus editoriale in forma e sostanza. Il fallimento organizzativo e strutturale dell'Esecutivo di Governo per il quale Mario Draghi era stato invocato (e proposto), e il débâcle del PNRR, in conseguenza dell' assenza di un quadro preventivo e generale dello stato (istituzionale, politico, economico, sociale e operativo-strutturale della P.A.) della Nazione, preludio ad un futuro di lacrime e sangue per le generazioni future che, ritrovandosi in mano un nulla di fatto, ma da rifare, dovranno restitituire agli investitori il prestito concesso pel tramite dell' Ue all' Italia, dovrebbe sollecitare una meditata pausa di riflessione nella scelta della guida istituzionale, spirituale e morale di un' Italia tutta da reimpostare, che mai "potrebbe" essere un banchiere. Rifletta, pertanto, che riflettere deve, e rifletta, soprattutto, l' ex banchiere e Prof. Emeritus, Mario Draghi, per non mettere in gioco e a rischio la sua reputazione di "tecnico" monetario acquisita sul campo che poco o nulla utile potrebbe essere all' Italia e noi italiani sparsi in Europa e nel mondo.

 

nicolo piro

G e r m a n i a

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Filosofia, Diritto dello Stato e Urbatettura

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POLITICA

Huffingtonpost 16/01/2022 18:41 CET

Il Parlamento sventola bandiera bianca

Cinque scenari per il Colle, ma nessuno che contempli un parlamentare. Eppure sono 945, gli eletti...

By Ugo Magri



Indovinello sul Quirinale: che cos’hanno in comune le varie ipotesi di cui più si parla? Mettiamole in fila. La prima è l’incoronazione di Mario Draghi, il quale vince la scommessa col suo barista diventando presidente e Maresciallo d’Italia. Il secondo pronostico consiste nella clamorosa rivincita del Cav, alla faccia di chi pensava di averlo liquidato per via giudiziaria. La terza eventualità è che si richiami in servizio Giuliano Amato, dai tempi di Bettino Craxi eterna “réserve de la République”. La quarta possibilità si declina tutta al femminile, tanto che si tratti di Letizia Moratti quanto di Marta Cartabia. L’ultima via d’uscita, la più disperata, fa leva su Sergio Mattarella e sul suo senso di responsabilità, ma solo se rischieremo il collasso delle istituzioni.

Cinque scenari molto diversi, con un minimo comune multiplo: nessuno di questi personaggi è deputato o senatore. Sono tutti fuori del Parlamento. Draghi vi ha messo piede solo da premier, prima frequentava i santuari della finanza; Berlusconi venne cacciato da Palazzo Madama nel 2013 a seguito della condanna per frode fiscale; Amato da otto anni è giudice della Consulta, a fine mese dovrebbe diventarne il nuovo presidente; Cartabia (e Moratti prima di lei) è diventata ministro direttamente, senza fare gavetta; quanto a Mattarella lui senatore tra poco lo diventerà, ma “di diritto” in qualità di ex.

Insomma, ecco la risposta all’indovinello: i principali candidati sono tutti esterni alle Camere, in qualche caso zombie, in altri dinosauri, in altri ancora alieni. Gli unici membri del Parlamento che, sulla carta, avrebbero qualche chance sono Elisabetta Casellati e Pier Ferdinando Casini. Però la prima non viene mai presa in considerazione; quanto a Pier Furby (grande esperienza da vero professionista) circola insistente voce che Draghi non rimarrebbe a Palazzo Chigi un giorno di più se gli facessero il torto di piazzare sul Colle qualcuno non all’altezza della sua statura; dunque il cerchio si stringe alle figure elencate sopra. E ciò, in fondo, potrebbe apparire ovvio, banale, anzi scontato visto che gli “onorevoli” sono da tempo la categoria sociale meno onorata, semmai quella maggiormente disprezzata, incarnazione della Casta, quintessenza del vero o supposto privilegio.

Leader di spessore nel Parlamento non ve ne sono; quasi esclusivamente comprimari, figure talvolta anonime e senza storia; sarebbe interessante scoprirne il perché. Forse la politica non ha più attrattiva. Magari ha suscitato disgusto, cosicché la gente perbene se ne tiene alla larga. Oppure, semplicemente, quelli in gamba non hanno alcuna possibilità di arrivare in alto. Il sistema elettorale ci ha messo del suo creando masse di “nominati”, di raccomandati dai capi, di “paracadutati” in collegi dove nessuno ce li ha mai visti, dunque di traditori e di “voltagabbana” (ben 276 i cambi di casacca in 5 soli anni). Tra l’altro le Camere si sono auto-sputtanate varando nel 2019 una riforma della Costituzione che tratta gli eletti dal popolo quali costi da abbattere, cioè spese di cui si può fare tranquillamente a meno in ossequio alle visioni tecnocratiche, piazzaiole, neo-fasciste, populiste, grilline che vanno per la maggiore.

Adesso siamo alla desolazione finale. Nel momento in cui c’è da scegliere il nuovo vertice delle istituzioni, il Parlamento rinuncia a esprimere candidati propri. Sull’onda dell’anti-politica riconosce che di 945 eletti non ce n’è uno (o una) in grado di rappresentarci a certi livelli, con uno standing adeguato alle funzioni presidenziali. Si prepara a un’umiliazione perfino peggiore di nove anni fa, quando le forze politiche si inginocchiarono davanti a “Re” Giorgio Napolitano supplicandolo di concedere il “bis” e lui accettò prendendole a male parole. Allora perlomeno un paio di personaggi erano scesi in campo, salvo venire massacrati (Franco Marini e Romano Prodi); stavolta, a quanto pare, nemmeno quello. Una resa non priva di conseguenze. Si stanno gettando le basi, politiche e psicologiche, per qualche cambio di sistema. Un Parlamento masochista, privo di orgoglio, incapace di reagire, che prova addirittura imbarazzo di sé, non può pretendere di restare l’ombelico del mondo. Inchinandosi davanti al “Papa straniero” perderà ogni residuo credito agli occhi dei cittadini e darà più forza alle ragioni di chi cerca salvezza nel presidenzialismo: visto che i rappresentanti del popolo non si reputano essi stessi all’altezza, preso atto che alzano bandiera bianca senza nemmeno combattere, anzi già sarebbe tanto se salvassero le apparenze, tanto vale che in futuro si saltino le inutili mediazioni e si dia voce direttamente alla gente perché scelga da chi farsi buggerare. Forse, a questo punto, non sarebbe nemmeno tanto sbagliato.

C O M M E N T O

Filosofia, Diritto dello Stato e Urbatettura

 

Ippodamo da Mileto (498 - 408 a.C.) è stato un architetto, urbanista, medico, matematico, meteorologo e filosofo greco antico, noto come "il padre della città", il padre della pianificazione europea. Ippodamo nacque a Mileto e visse nel V secolo a.C. a.C., considerata la sorgente dell'antica epoca classica greca. Suo padre era Eurifone. Dopo Aristotele, Ippodamo fu il primo autore che scrisse sulla teoria del governo senza conoscere le questioni pratiche. I suoi piani delle città greche erano caratterizzati da ordine e regolarità in contrasto con la complessità e la confusione delle città comuni dell'epoca, anche Atene.

 

È considerato l'ideatore dell' idea-teoria secondo la quale il piano della città formalmente dovrebbe incarnare e chiarire un ordine sociale razionale. Nelle opere di Aristotele, Stobäus, Strabone, Esichio, Fozio e Theano viene ricordato come un pedante osservatore e nel Trattato Sulla Virtù, Theano (apparentemente con riferimento alla moglie di Pitagora) scrisse di un tal Ippodamo di Thurium (presumibilmente quello stesso uomo) che nelle sue opere introdusse la dottrina della Media aurea.

 

Secondo Aristotele (in Politica ii.8), Ippodamo fu un pioniere dell'urbanistica e progettò una città ideale per essere abitata da 10.000 uomini (cittadini maschi liberi), mentre la popolazione totale (compresi donne, bambini e schiavi) arriverebbe a 50.000. Ha studiato i problemi funzionali delle città e li ha collegati al sistema dell'amministrazione statale. Di conseguenza, divise i cittadini in tre classi (soldati, artigiani e "mariti"); divideva anche il paese in tre (sacro, pubblico e privato). Aristotele ha criticato il monopolio delle armi da parte di una singola classe negli scritti di Ippodamo sullo "Stato migliore", sostenendo che ciò avrebbe portato all'oppressione dei "contadini" e dei "lavoratori" da parte della classe armata. Il concetto di Aristotele prevedeva una grande classe media in cui ogni cittadino svolgeva tutte e tre le funzioni di autolegislatore, detentore delle armi e lavoratore".

 

Secondo Aristotele („Politica“), fu il primo urbanista a prestare attenzione alla corretta disposizione di una città ideale per essere abitata da 10.000 abitanti (cittadini maschi liberi), mentre la popolazione totale (compresi donne, bambini e schiavi) sarebbe dovuto arivare a 50.000 abitanti con i problemi funzionali collegati al sistema dell' amministrazione statale. Di conseguenza divise i cittadini in tre classi (soladati, artigiani e „mariti“) e il territorio della città in <sacro, pubblico e privato>, criticandone fortemente il monopolio delle armi da parte di una singola classe, sostenendo che ciò avrebbe portato all'oppressione dei "contadini" e dei "lavoratori" da parte della classe armata”, ma anche la personalità eccentrica “con i suoi capelli lunghi, ornamenti costosi e gli stessi vestiti caldi a buon mercato indossati inverno ed estate". Nel Trattato sulla virtù, Theano (apparentemente la moglie di Pitagora) disse a un certo Ippodamo di Thurium (presumibilmente quello stesso uomo) che la sua opera contiene la dottrina della media aurea. Il concetto di cortesia di Aristotele includeva una grande classe media in cui ogni cittadino svolgeva tutte e tre le funzioni di autolegislazione, deposito di armi e lavoro".

 

Per il Pireo (il porto di Atene) di Pericle, Ippodamo progettò un' ampia strada che si irradiava dall'agorà centrale, comunemente chiamata Hippodameia (in suo onore), e costruì la città rifondata di Rodi a forma di un teatro. Nel 440 a.C. andò tra i coloni ateniesi e progettò la nuova città di Thurium (poi Thurii nella Magna Grecia), con strade che si incrociavano ad angolo retto; di conseguenza, a volte viene indicato come l'Ippodamo di Thurium.

 

I suoi principi furono in seguito utilizzati in molte città importanti, come Alicarnasso, Alessandria e Antiochia. Per la pianta della nuova città di Rodi concepita da Ippodamo nel 408 a.C., Strabone elaborò il layout; tuttavia, poiché Ippodamo morì nel 479 a.C, se fosse stato coinvolto nell'assistenza alla ricostruzione di Mileto nel 300 a.C., sarebbe stato molto anziano quando ha avuto luogo questo progetto. La pianta della griglia a lui attribuita consisteva in una serie di strade larghe e diritte che si intersecavano ad angolo retto. A Mileto troviamo il prototipo del piano di Ippodamo. Di grande rilievo nel suo piano era un'area centrale più ampia che, secondo la sua previsione urbana su macroscala, è stata tenuta nel limbo, sviluppandosi più tardi nel tempo con lo sviluppo dell' Agorà, il centro urbano e nello stesso tempo sociale

 

Lo studio urbanistico per il Pireo (451 aC), formulò gli standards urbanistici di quell'epoca e fu utilizzato in molte città dell'epoca classica. Secondo questo studio, sono stati costruiti quartieri di circa 2.400 m2 con isolati di case a 2 piani. Le case erano allineate con muri contigui che le separavano (un sistema ripreso nell' urbs romana e più tradi nella civitas medievale, fino ai giorni nostri) mentre le facciate principali erano rivolte a sud. Lo stesso studio utilizza formule polinomiali per la costruzione di di infrastrutture di pompaggio dell' acqua. fil

 

Da Ippodamo giunsero le prime nozioni di diritto dei brevetti. Ippodamo ha suggerì che la società dovrebbe premiare quegli individui che creano cose utili alla società. Aristotele ha criticò l'approccio utilitaristico di Ippodamo mettendo in rilievo la tensione insita nel premiare singoli individui pel bene che arrecano alla società, nel senso che, premiando gli individui viene dimenticato lo Stato che è quello che deve provvedere al bene collettivo, quasi a ricordarci il pensiero di Giovanni Gentile secondo il quale „lo stato è tutto, l' individuo nulla“. Insomma, secondo Aristotele, lo Stato potrebbe effettivamente soffrire a causa dell'attrattiva delle ricompense individuali, poiché gli individui possono proporre concetti che lo indebolirebbero.

 

In sostanza, Aristotele prevedeva la tensione intrinseca tra le ricompense private per il servizio sociale, la potenziale biforcazione tra interessi individuali e sociali. La più grande critica di Aristotele a Ippodamo, tuttavia, è se gli individui gratificati“cosa che suona allettante, effettivamente scoprono qualcosa di benefico per la città... „.. Infatti, mentre l'innovazione è di grande beneficio per le arti e le scienze, "il cambiamento in un'arte non è come il cambiamento nel diritto; in quanto il diritto non ha forza rispetto all'obbedienza fuori dall'abitudine, e questa non si crea se non nel tempo.

Quindi il facile modificare delle leggi esistenti a favore di nuove e diverse leggi indebolisce la forza stessa del Diritto.

 

Un rispecchiare, questo, la situazione caotica nell' Italia odierna con in primo piano la crisi dello Stato (e delle sue Istituzioni) che viviamo nella scelta del suo rappresentante istituzionale e che ci fa accopponare la pelle al pensare Silvio Berlusconi, Capo dello Stato italiano e presidente del Consiglio Superiore della magistratura. Insomma, roba(ccia) da Lega e fratellini d' italy o da Salvini, Meloni et varia.

 

Che vergogna!

 

 

 

 

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Cogito, ego sum.

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POLITICA

Huffingtonpost 15/01/2022 18:39 CET

A destra è un carnevale, a sinistra è una quaresima

Letta si mette in attesa, Meloni e Salvini sperano che il Cav cambi idea. Nella grande paralisi per il Quirinale l'unica leadership in campo è datata '94

 

By Alessandro De Angelis



 

Mai era accaduto, da più lustri a questa parte, che il centrosinistra, sul Quirinale, partisse da tale condizione di debolezza. È oggettivo. E questo spiega la prudenza di Enrico Letta, costretto a navigare, con un vascello che in Parlamento vale il 12 per cento, tra la Scilla di Renzi che flirta con destra e Cariddi del Movimento dove ognuno fa un po’ come vuole. E anche una certa sensazione, nel dibattito, di spaesamento da parte di pesci abituati a nuotare in ben altre acque.

C’è questa difficoltà nella posizione prettamente attendista illustrata nella direzione di oggi, convocata per il classico “mandare a gestire” la partita del Quirinale, dove ha proposto, a tutte le forze politiche, “un patto di fine legislatura” che preveda l’elezione di un presidente non di parte, che evidentemente non è Berlusconi, un impegno a sostenere fino in fondo il governo Draghi e qualche riforma condivisa “per la buona politica”. Insomma, dice il segretario del Pd: vediamo se qualcuno si smarca prima, oppure vediamo se Berlusconi, arrivato al dunque si intesta una mediazione con un’altra proposta, oppure se se la intesta dopo essere caduto in Aula. E il nome degli auspici è Giuliano Amato, proposto dal Cavaliere già la volta scorsa su cui l’intero Pd metterebbe non una, ma tre firme. In fondo, il segretario del Pd se lo ricorda bene quando proprio il Cavaliere entrò nell’Aula del Senato per tirarlo giù da palazzo Chigi, e poi fece una dichiarazione per andare avanti (anche se poi cadde dopo un po’).

Un gioco di rimessa, si direbbe nel calcio, confidando nell’arte del contropiede, il che spiega anche l’assenza di drammatizzazione sul Cavaliere, definito con indulgenza “il leader più divisivo di tutti”, in un partito che qualche aggettivo in più lo userebbe e lo ha usato. Il cronista annota una certa differenza di toni rispetto agli ex ds, dal vicesegretario Provenzano a Cuperlo a Orfini a Orlando che, in sostanza, ricordando cosa rappresenti Berlusconi spiegano che, con lui, salterebbe tutto: presidenza della Repubblica (ve lo immaginate a capo dei magistrati?), governo (che non reggerebbe all’impazzimento generale), paese, come conseguenza di tutto ciò. E, sia pur con tatto, chiedono una iniziativa politica un po’ più forte, perché così la partita resta in mano alla destra. Sottotesto: se noi siamo fermi e Silvio propone la Casellati, che ad esempio i Cinque stelle hanno votato come presidente del Senato che facciamo? O se propone Casini con sostengo di Renzi? Piuttosto, dicono, drammatizziamo su Berlusconi per costruire attorno al no un fronte largo di tutti quelli che non ci stanno.

Iniziativa, però, più facile a dirsi che a farsi, soprattutto se nessuno è impegnato a metterla in campo perché, tra divisioni e furbizie, è paralizzato anche il mitico “campo largo” di cui si è parlato per mesi e che dovrebbe presentarsi alle elezioni tra un anno: all’apparir del vero, un candidato, sia esso di bandiera sia esso un segreto sogno nascosto, non ce l’ha, se non Mattarella che però nel momento in cui diventa il vessillo di una parte si brucia come possibile convergenza per tutti.

Nove giorni, di qui all’inizio delle votazioni, non sono pochi, ma non sono neanche tanti. Bene, a nove giorni, la fotografia è quella di un gioco di specchi in cui nessuno crede che le posizioni assunte dagli altri siano quelle vere: Salvini e Meloni pensano, o fanno finta di pensare, che, alla fine, il Cavaliere possa capire che i numeri non ci sono e cambi gioco; Letta pensa, o fa finta di pensare, che i due si possano smarcare, e, dovendoci andare a parlare domani, non li attacca oggi; i Cinque stelle sono smarcati da se stessi per natura. E questo comporta uno slittamento dei tempi in attesa di un evento che consenta una accelerazione.

L’unico che però può produrlo è Silvio Berlusconi, al quale fino a qualche giorno fa non credeva nessuno, ma crede in se stesso pur non avendo più un partito egemone in Parlamento e nel paese. E, in un senso o nell’altro, si candidi o medi, dà le carte (fino a una settimana ci si divideva su Draghi, ora si parla – e si teme – solo lui). Almeno per ora. Ovvero: la vitalità di una leadership datata ’94 nel collasso delle attuali. In un Palazzo che gira a vuoto su se stesso, la cui percezione nel paese è distolta dalla pandemia. Ma il dato di separatezza resta. La parola del giorno, a nove giorni, è: impotenza. Come sensazione, tattica, attesa, giudizio.

C O M M E N T O

Uno, quello che col volto da ebeta, è l fogna; l' altro. il Letta ir., è öa cloaca maxima, quella che riceve gli scarichi di fogna da tutte le parti dei quali i più fediti e velenoso sono i loro contenuti a basa di Partito comunista italiano, la Democrazia cristiana e certi caratteri somatici di noi italiani. Ecco a cosa ascrivo in buona parte il dramma dell' Italia. E vai spiegarlo, p.e., a Paesi come la pacifica Danimarca che ritrovi nella persona della Regina Margrethe II. Vai a spiegare a Danesi, pars pro toto dei Paesi scandinavi, perché in questa italia sono fiorite mafia sicilian, 'ndrangheta calabrese, camorra, sacra corona unita (madrina della Corona da Covid-19), e, ora, la mafia di quarta generazione, quella foggiana". Se c' è un dato le accomuna tute, basta analizzare immagini aerea di Palermo, Reggio Calabria, Napoli e Foggia, e la risposta di sgorga dalla bocca come se avvessi gustato un cucchiaio di ottimo miele.Avendo appena visto un documentario eccezionale sulla famiglia reale della Danimarca e interiorizzato in tutte le sfumatue, più salienti la figura di Margrethe !!, stranamente ha bussato alla porta sempre aperta dei sogni che curo per la nostra Italia, la ND Marta Cartabia, nel ruolo di Capo dello Stato, e Mario Draghi nell' altro, ma rivisitato, di fermo Capo di Governo, con predisposizione irremovibile, come ho scritto più volte nei miei commenti, quanto impietosa, al fare del male per ottenere il bene, avendo posto al primo posto della lista dei mali da fare, un crudele (espresso nella percentuale del 50 per cento) taglio del numero di deputati, imposto delle difficoltà di sopravvivenza che incomincia ad in contrare il nostro Paese; l' abrogzione del Senato, sostituito da un Consiglio delle Regioni, costituito dai presidenti di Regione, tutte a statuto ordinario, e consiglieri regionali,l' abrogazione dei Consigli provinciali, sostituiti da Comprensori di Comuni, dopo aver metabolizzato il ruolo di igiene politica che nella seria Germania continuano a svolgere i Landkreise, e infine, oltre al taglio del 50 per cento del compenso spettante a sindaci e assessori comunali di tutti i Comuni d' Italia, un rigido criterio selettivo, in termini di preparazione e moralità, per il loro reclutamento, con nella mente, per gli italiani, sempre presente quel <cogito, ego sum>, foriero più che di speranze, di certezze delle quali l' Italia tanto bisogno ha.

 

 

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Infrastrutture possono essere "debito buono", se . . . .

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ECONOMIA

Huffingtonpost 13/01/2022 14:42 CET

Daniel Gros: "Quello per le infrastrutture è debito buono, per tornare a crescere"

Intervista all'economista tedesco e membro del Board del Ceps

 

By We Build Value



 

Le infrastrutture migliorano l’ossatura del Paese, velocizzano le comunicazioni, creano insomma le premesse per una crescita sostenuta, robusta e duratura”. Così Daniel Gros, economista tedesco e membro del Board del Center for European Policy Studies di Bruxelles, uno dei più prestigiosi think-tank europei, spiega in un’intervista a “We Build Value” il ruolo delle infrastrutture nella ripartenza economica post-Covid.

Dall’Europa agli Stati Uniti i nuovi piani di sviluppo stanno sostenendo la crescita, grazie anche alla comprensione che quello per le infrastrutture ”è un debito buono, che favorisce l’economia e non rischia di far aumentare l’inflazione”.

 C O M M E N T O

Una rondine non ha mai fatto primavera, se per rondine si debba intendere qualche rara impresa italiana (penso al Gruppo Webuild) che si è confrontata, e anche bene, con il concetto di "infrastruttura", coniugando impegno e innovazione tecnologica. Tutto il resto è buio, ignoranza, presunzione e arretratezza paurosa, se, in particolare, si rivolge il pensiero a rete idrica e fognante nazionali, le infrastrutture più vicine agli interessi e bisogni dei cittadini che possono autorizzare a parlare di "paese moderno". Certo, qualcuno continua a riempirsi la bocca parlando e scrivendo del <nuovo Ponte San Giorgio>, una normalissima e contorta normalità, del quale i cui due aspetti costitutivi, Progetto architettonico e Progetto strutturale, sono stati rispettivamente sottratti a rigidi controlli preliminari, quale il rilascio dell' indispensabile <permesso a costruire> da parte del Comune di Genova e Regione Liguria (Progetto architettonico) con il coinvolgimento di tante istituzioni intermedie, ed una verifica preliminare del Prgetto strutturale, separamente per le strutture in c.c.a. e le strutture in acciaio, da parte di ingg. verificatori, all' uopo abilitati (senza i consueti inciuci italiani) e secondo le rigide prassi vigenti in Paesi come Austria, Svizzera e Germania (soprattutto). Senza queste premesse si può parlare di <infrastrutture come debito buono per crescere>, in ispecie se inesistenti sono volontà politica e il rigore irrinunciabile di serie istanze di controllo (Provveditorati reg.li alle OO.PP. e Uffici prov.li del Genio Civile), Ordinamento sull' aggiudicazione dei lavori (il serio VOB di Germania!), Diritto contrattuale, quello che regola i rapporti tra committenza pubblica e impresa esecutrice dei lavori e concede alla prima tutte le garanzie per la durata prevista ai sensi di legge dalla data di presa inconsegna di un' opera essente da difetti visibili e invisibili. Pertanto riempirsi la bocca di belle parole continua ad essere un fare disonesto, irresponsabile e provocatorio da condannare e necessariamente collegare alla irresponsabile leggerezza con la quale il Capo del Governo, Mario Draghi, in procinto di varcare per viltà la soglia che lo separa dal Quirinale, ha avviato la sua avventura di <salvator italiae>. Che la varchi pure, gli si deve far sapere, ma in tal caso non s' illuda di avere una vita facile come capo dello Stato, nella certezza che accanto ad un movimento di protesta nazionale, anche Bruxelles possa finalmente svegliarsi dall' incomprensibile, quanto irresponsabile torpore e, accanto al dolore espresso per la dipartita di una figura politica e istituzionale di grande rilievo e carica umana, come il compianto Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, sia in grado di onorarne la memoria col ricorso un rigore senza precedenti, se si vuole salvare l' Italia da una vergogna programmata per continuata assenza di regole e morale dalla quale si voluto far scaturire il sedicente PNRR.

 

 

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Quirinale: la corsa nel sacco all' indietro e in salita

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POLITICA

Huffingtonpost 09/01/2022 19:58 CET

Viva i franchi tiratori e abbasso i servi sciocchi

Saranno gli arbitri della corsa al Quirinale. E non è affatto un male: sono la nostra mano de Dios

By Ugo Magri



Un voto per Sofia Loren espresso in una scheda durante la seconda votazione per l'elezione del Presidente della Repubblica a Montecitorio, Roma, 18 aprile 2013. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Nel IX cerchio dell’Inferno parlamentare s’incontrano i “voltagabbana”, denominati anche “saltafossi”, che il popolo elegge con una certa casacca (per esempio quella dei Cinque stelle) e poi nel corso della carriera cambiano maglia come un Edin Džeko o un Hakan Çalhanoğlu. Su di loro si abbatterà la punizione dei nuovi Regolamenti di Camera e Senato, che prevedono sostanziosi tagli alla paga dei “cani sciolti”: così impareranno a tradire la fiducia di chi ce li ha messi. Ma ancora peggio dei “voltagabbana”, e addirittura più in basso nel girone infernale della politica, sono senza dubbio i “franchi tiratori”.

A differenza di quegli altri, questi vigliacchi non hanno nemmeno il coraggio di venire allo scoperto. Si mimetizzano, agiscono nella penombra, spuntano come guerriglieri dalla giungla. Infidi perché potrebbero essere chiunque, compreso quel deputato o senatore che ti ha appena dato una pacca sulle spalle; sleali, in quanto smascherarli è tempo perso; irresponsabili, poiché se ne infischiano dei rispettivi leader; inoltre perfidi, beffardi, vendicativi. Personaggi squallidi, però protetti dalla Costituzione che tutti consideriamo la più bella del mondo. All’articolo 83 prevede che l’elezione del presidente della Repubblica abbia luogo “per scrutinio segreto”. Col risultato che dalla quarta votazione in poi, quando basterà la maggioranza assoluta per eleggere il successore di Mattarella, ogni candidatura sarà esposta al fuoco dei francs-tireurs come li chiamano in Francia. Piaccia o meno, saranno i veri arbitri della corsa al Quirinale.

Prepariamoci dunque a riascoltare i soliti piagnistei, le manifestazioni di sdegno, le demonizzazioni di questi loschi figuri. Si ripetono ogni volta sempre uguali (dopo i “centouno” che nel 2013 fecero fuori Romano Prodi, dopo gli ottanta che nel 1992 accopparono Arnaldo Forlani, dopo i sessanta su cui nel 1971 inciampò Amintore Fanfani) e francamente hanno un po’ stancato. Sarebbe ora semmai di cogliere certi altri aspetti più positivi, dei quali poco si parla. Intanto cambiamogli nome. Chiamiamoli d’ora in avanti “liberi pensatori” che esercitano il diritto di scegliere con la propria testa, e già suona meglio. Se tutti fossero costretti a comportarsi come desiderano i leader, tanto varrebbe dar retta a Berlusconi che quando era premier proponeva di far votare soltanto i capigruppo e mandare a casa 900 parlamentari, risparmiando tempo e denaro. L’idea che, per onorare il mandato, i portavoce del popolo debbano intrupparsi come soldati può venire giusto a qualche grillino. Li mandiamo a rappresentarci, non a prendere ordini dal capetto di turno. Meglio un tot di anarchia che la tranquillità dei regimi. Abbasso i servi sciocchi e viva i “franchi tiratori”.

Ma c’è dell’altro. La loro minacciosa presenza sarà una spada di Damocle; terrà sulla corda i vari Conte, Letta, Salvini e Meloni; li costringerà a tendere l’orecchio verso la base parlamentare, a trattare con rispetto i cosiddetti “peones”, ad astenersi da inutili prepotenze per non venire smentiti nel voto segreto, con conseguente perdita di credibilità come boss. La scelta del nuovo presidente sarà meno “cosa loro”. Più partecipata e persuasiva.

Ulteriore vantaggio: se ci saranno nodi da sciogliere, questioni da affrontare, i nostri grandi strateghi dovranno provvedervi in anticipo senza rinvii. Sulla durata del governo, per dirne una: spostare Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale rifiutando di chiarire chi prenderebbe il posto da premier significherebbe esporre Super Mario al fuoco concentrico dei “franchi tiratori”. I quali sono mossi da pulsioni poco encomiabili (salvare l’indennità da 12mila euro netti al mese e, trascinando la legislatura fino all’autunno, conquistarsi il diritto alla pensione); ma a modo loro quei sedicenti onorevoli tutelano un interesse generale, che consiste nel rispettare gli impegni con l’Europa e nell’incassare i miliardi del Recovery Fund.

Oltre a difendere la stabilità, i “liberi pensatori” possono toglierci le castagne dal fuoco. Meloni e Salvini non sanno come frenare la candidatura di Berlusconi, il quale li ricatta e pretende di correre a ogni costo? Niente paura, sguinzaglieranno frotte di “franchi tiratori” che, come gli sciacalli e le iene nella savana, possono svolgere una funzione ecologica fondamentale. Altro esempio: Letta e Conte indicano per il Colle figure nobili ma del tutto inadatte al ruolo? Tranquilli, anche in questo caso ci sono i “liberi pensatori” pronti a scattare in azione. Per queste malefatte li copriranno di insulti; le coscienze morali esprimeranno sdegno; i capi-partito daranno loro una caccia forsennata; magari studieranno qualche nuovo trucco per confiscare la libertà di voto. Ma sono l’ultima risorsa di un sistema allo sbando, un dono della Provvidenza, la nostra “mano de Dios”. E non li ringrazieremo abbastanza del loro sporco lavoro. 

 

 

C O M M E N T O

 

Quirinale: corsa nel sacco all' indietro e in salita

 

Ad elezione avvenuta, Sergio Mattarella avrebbe dovuto dire agli elettori della disonesta maggioranza parlamentare che lo espresse: Signori, vi ringrazio, ma in quanto Sergio Mattarella-Buccellato-Rimi, figlio del mandante della strage di Portella delle Ginestre del 1. Maggio 1947, la mia elezione offenderebbe in maniera irreparabile la più alta istituzione della Repubblica. Non solo non l' ha fatto, ma nel corso del suo settennato il figlio diventa consulente remunerato dell' ex ministra Madia, la nipote e figlia del fratello assassinato, Maria, viene promossa senza esami e titoli al ruolo di segretario generale della Regione Sicilia e del il nipote, Bernardo jr., figlio di Antonino non si è saputo mai come s' è guadagnato il pane quotidiano. Sparito, si fa per scrivere. ma in quale sottobosco? Si sapeva che con lo zietto presidente della R. fu alla guida del carrozzone parastatale che diventerà la Banca del Mezzogiorno - Mediocredito Centrale, la quale ricevette 900 milioni per salvare la Popolare di Bari. Nepotismo in senso letterale, forte della laurea in in Economia della Sapienza di Roma, si fa strada alla Arthur Andersen, colosso internazionale per la revisione dei bilanci, per passare nel 1997 in Mediocredito centrale scalando tutte le posizione (come la cuginetta Maria nella Regione Sicilia), passando per la controllante Invitalia e infine approdare alla Banca del Mezzogiorno con un' oscuro intermezzo (2000-2007) che lo vede abbandonare il settore pubblico per diventare dirigente in varie società finanziarie controllate dalla Popolare di Vicenza: Nuova Merchant, Nem sgr, Fondo Nuove infrastrutture e, soprattutto, Banca nuova - a guida a un' altro ex del Mediocredito: il potente Francesco Maiolino che ambisce a farla diventare la banca più importante della Sicilia, dove il nonno e patriarca Dc Bernardo (Bernardino per gli amici) in passato e in società con La Loggia (nonnino del Ruffini jr.) e Restivo (due ex presidenti dellla Regione) aveva sciacallato il Banco di Sicilia ponendone al comando persone di fiducia (presidente un certo Bazan, direttore generale un certo La Barbera). Insomma in Sicilia il Bernardo jr. riprende la pista tracciata dal nonno anche per il fatto che nel 2000 mila, Banca nuova acquisisce acquisisce al prezzo di quasi 300 miliardi la la banca del Popolo di Trapani, istituto chiacchierato per trascorsi mafiosi e oberato da crediti inesigibili. Banca nuova assume figli e mogli di potenti, magistrati e politici che nel 2017 si conclude con il crac del del gruppo Popolare di Vicenza che ai contribuenti costa ben 5 miliardi di euro + 12 di garanzia. Chissà perché, sentito odore di bruciato il Bernardo jr. sparisce e la sua incursione al Sud, lo stesso Sud che avrebbe dovuto salvare, fu un bel patatrac. Ma quanti sono i Bernardi e Bernardini del <Clan de' Mattarella>, dei quali un occhio particolare dovrebbe meritare il Bernardo jr., figlio dell' assassinato e fratellino di Maria, tutti chiamati così in onore del patriarca Bernardo, padre del Sergio, per 20 anni deputato e ministro dc sul cui conto LA STORIA in passato aggiunse precisazioni con il Sergio impegnato a sbianchettare Wikipedia sul padre. Nel 2009 un utente col nome del futuro capo dello Stato ha modificato online i passaggi "scomodi" della biografia del patriarca Dc sulla vecchia accusa arrivata dalla commissione Antimafia e, come d' incanto, viene a scoprirsi la vocazione antifascista del "vecchio". Cosa conviene, ora, al Sergio: continuare o lasciare il Colle? Colle che, per ovvie ragioni, mai può essere scalato da Mario Draghi, pena la condanna di traditore per abbandono del fronte di guerra (PNRR) a soglia della disfatta già superata e che costerà lacrime e sangue alle generazioni future. Ne tenga conto Bruxelles e vada piano con le rate, poiché il fondo del pozzo è sì profondo, che calarvisi dentro si rischia di morire soffocati, rimettendoci in tal guisa vita e denaro.

 

 

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Congedo Mattarella

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POLITICA

Hffingtonpost 31/12/2021 20:46 CET | Aggiornato 6 ore fa

Mattarella, congedo con identikit del successore

Spogliarsi di ogni appartenenza, farsi carico dell'interesse generale, garantire l'unità istituzionale e morale. E' il discorso della fine di un mandato, ma non di una uscita di scena. Nel senso che questo punto sull'Italia resta.



 

Il discorso di fine anno e di congedo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in tv a reti unificate, 31 dicembre 2021.

 

Come nello stile dell’uomo, non è un finale con botti o effetti speciali, anzi è esattamente l’opposto perché l’ultimo discorso di Sergio Mattarella è probabilmente tra i più brevi ed ecumenici del suo settennato. In piedi per una quindicina di minuti, con alle spalle la finestra del giardino illuminato, il capo dello Stato si congeda con la sobrietà e lo stile di chi, ritendendo esaurito il suo compito, non vuole indicare una prospettiva vincolante a un mondo politico già abbastanza avvitato nella scelta del suo successore. Quasi con distacco, inversamente proporzionale all’intensità – politica ed emotiva – di un settennato da far tremare le vene ai polsi, in cui la pandemia è precipitata su un sistema politico collassato e su una legislatura segnata dalla governabilità complicata.

Però, sia pur parlando in termini generali, nella rivendicazione elegante ed orgogliosa del proprio profilo c’è un’indicazione, che magari non è proprio un identikit, ma un principio non banale offerto ai partiti. La rivendicazione sta nella consapevolezza di chi lascia un paese, avendone preservata “l’unità istituzionale e morale”, proprio nel momento più difficile della sua storia. E questo è “il patriottismo concretamente espresso nella vita della repubblica”, e ogni riferimento ai patrioti à la carte in questa frase sembra semplicemente voluto. Unità resa possibile dallo straordinario “senso di responsabilità” degli italiani che, di fronte all’ignoto, hanno saputo attingere alle proprie risorse e seguire le indicazioni della scienza. E da quella profonda connessione sentimentale con le istituzioni che è forse la vera risorsa della Repubblica.

Ma questa unità, dice sostanzialmente Mattarella, non è un dato sociologico, ma anche una costruzione politica, fatta di scelte. E, ecco l’indicazione, il compito del capo dello Stato è stato ed è quello di esserne il garante. Questo vuol dire avvertire sin dal momento dell’elezione due “esigenze di fondo”: “spogliarsi di ogni appartenenza e farsi carico dell’interesse generale” e “salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore”.

Parole dietro le quali è possibile rivedere i momenti più drammatici di questi anni, dall’appello, rivolto al paese, a vaccinarsi a quello, rivolto alle forze politiche, a sostenere il governo guidato da Mario Draghi, un nome che non uscì dalle consultazioni, ma frutto della decisione, difficile e solitaria, di evitare le elezioni anticipate che, in quel momento, avrebbero reso più complicata la campagna vaccinale, necessaria per far fronte all’emergenza sanitaria, e avrebbero messo a rischio il percorso del Recovery, necessario per far fronte all’emergenza economica: “La governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare – dice il capo dello Stato -  ha permesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente difficili e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio”.

E proprio sui vaccini c’è forse il passaggio più forte del discorso, ora che la quarta ondata è accompagnata dalla discussione su come renderli più stringenti e obbligatori: “Che cosa avremmo dato in quei giorni – si chiede Mattarella – per avere il vaccino?”. Il riferimento è alle settimane delle “bare” di Bergamo, delle “scuole chiuse” e del lockdown generalizzato, insomma dell’“impotenza” e della “disperazione”. Agli italiani bombardati dai virologi da talk show, dai professionisti dei distinguo e anche da una parcellizzazione delle misure cui è difficile stare dietro, tra estensione del super Green Pass per i bus ma non ancora per il posto di lavoro, dove forse arriverà comunque a breve, Mattarella ricorda, in modo semplice e comprensibile che “i vaccini sono stati e sono uno strumento prezioso, non perché garantiscono l’invulnerabilità, ma perché rappresentano la difesa che consente di ridurre i rischi per sé e per gli altri”.

Insomma, ci siamo “rialzati”, ma non è finita. Perché c’è un paese da riscostruire. E la parola “ricostruzione” è sempre declinata nella sua accezione non solo economica, ma anche “morale” e materiale. Che rende innanzitutto necessario uno sforzo nella mentalità con cui si affronta una fase che non si è chiusa e il ripudio della pigrizia nell’approccio, perché non c’è un’ora X in cui si torna al mondo di prima, ma una complicata trasformazione segnata da nuovi conflitti e “nuove disuguaglianze” sociali. E anche questa è un’indicazione. È il discorso della fine di un mandato, ma non di un’uscita di scena, nel senso che questo punto di vista sull’Italia resta. E, con esso, il rapporto morale costruito col paese. Buon anno.

C O M M E N T O

Se ne va a Recovery tradito e PNRR sul percorso irreversibile del fallimento in quanto proprio nell' assenza di un cultura giuridica (Diritto contrattuale edilizio) e tecnico-giuridico (Diritto urbanistico e Diritto edilizio pubblico) che Sergio Mattarella-Buccellato-Rimi non ha mai saputo esprimere, avendone attestala la prova in occasione della ricostruzione del Ponte-Viatotto die Genova, ex Riccardo Morandi, restando muto nella fase preliminare - la più delicata - lasciando mano libera all' architetto e senatore a vita, che tutto il mondo c' invidia (come più volte scritto da pifferi ruffiani à la Alessandro De Angelis), Renzo Piano, che da insifignifante e sedicente <advisor senior> fece di tutto per sottrarre la sua opus (tutta "ispirata al carattere dei genovesi"), cioè il Progetto architettonico, ad una regolare approvazione e rilascio del permesso a costruire da parte del Comune di Genova e della Regione Liguria, e il Progetto strutturale (strutture in conglomerato cementizio armato e strutture in acciaio) alla verifica preliminare di 2 ingg, verificatorori, rispettivamente per i due asptetti strutturali, come gli era stato insegnato nella corretta e seria Germania in relazione al Progetto di ricostruzione del "Potsdamer Platz", la più vasta area edificabile d' Europa, oggetto di attenzione particolare tra i migliori architetti tedeschi ed europei. La più ampia delle quattro zone fu assegnata alla Daimler-Benz che si rivolse all' architetto Renzo Piano per la pianificazione dell' intervento.contrasssegnato dalla sintesi sublime della Torre Debis, dal cubo verde smeraldo sulla sua sommità, e dal ricamo magico dell' edificio trapezoidale, più basso, destinato ad uffici. Non sappiamo se il suo senso di alta irresponsabilità (al limite della disonestà) messo in luce a Genova abbia trovato un prosieguo nella stipula dei complessi contratti d' opera che avrebbero dovuto vedere rispoettivamente la firme del rappresentante istituzionale della committenza pubblica e dei rappresentatanti giuridici delle ditte esecutrici dei lavori. Il silenzio dei due grandi giuristi, rappresentanti istituzionali, Mattarella e Conte (insifignicante quanto il soggetto stesso, quello del ministrello 5 Stalle) è stato da me qualificato come asineria e disonestà istituzionale. Se ne va Mattarella del fradicio marchime dc, imposto dalle 5 entità (Vaticano, mafia,. 'drangheta, massoneria e servizi deviati), e non dal vuoto Matteo Renzi, e dalla consueta e disonesta maggioranza parlamentare e, ora, dovrebbe, il suo seggiolone, essere riscaldato o dal gesuitico Mario Draghi (responsabile del fallimento del nato fallito PNRR, che prepara un destino di lacrime e sangue alle generazini future che dovranno restituire il prestito agli investitori, o da un' altro marcio dc, il Pierferdy Casini, funzionale soltanto agli oscuri e loschi interessi del Vaticano, escludendo (con riserva) sia collegamenti a organizzazioni malavitose, che l' ipotesi patriottica e altrettanto sporca di un centro-destra inconsistente per morale e valenza politica, nella persona di quel Silvio Berlusconi, il protagonista delle due grandi inchieste internazionali, Pizza Connection e Mato Grosso, per le quali, almeno, più che urgente sarebbe la convocazione del "duo" Bossi-Calderoli, considerato che il compianto commissario ticinese Fausto Cattaneo è morto da poco tempo, e che al suo posto qualche parolina chiarificatrice potrebbe essere detta dalla Signora Carla Del Ponte, in quanto proprio intorno alle due "Operazioni internazionali" di polizia ruotano le stragi di Capaci e Via D' Amelio di Palermo. Pertanto, attenzione a non censurare, direttore Mattia Feltri. A pretenderlo non è chi scrive, bensì l' Italia che gronda sangue.

 

 

 

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Vittorio Sgarbi versus Silvio Berlusconi

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POLITICA

24/12/2021 08:37 CET | Aggiornato 4 ore fa

"Capisco l'imbarazzo di dirglielo, ma Berlusconi al Colle è una scelta perdente"

Vittorio Sgarbi è sicuro che il Cav "non può farcela” quindi “meglio intestarsi, a nome della coalizione, il nome di Draghi”

 

HuffPost

 



 

Io credo che il centrodestra debba tenere il vantaggio del campo, che gli deriva dal fatto di essere maggioranza relativa in Parlamento. Non può fallire la prima mossa. Capisco l’imbarazzo degli alleati che sono andati a trovarlo a casa, ma dire sì a Berlusconi significa accontentarsi di non conquistare un voto in più di quelli di cui già dispone la coalizione. È una scelta perdente. Se non si fossero dimenticati di invitarmi, gliel’avrei detto”.

Così parla Vittorio Sgarbi, critico d’arte, già deputato di Forza Italia, che in un’intervista a la Repubblica afferma che per il Colle Berlusconi “non avrebbe i voti di Renzi e neppure quelli degli ex grillini. Non può farcela” quindi “meglio intestarsi, a nome della coalizione, il nome di Draghi” che è anche “l’unico modo per mettere nell’angolo il Pd e sottrargli la primogenitura sulla candidatura del premier, farla propria e così comandare il gioco. Si terrebbe davvero unito il centrodestra, con Giorgia Meloni pienamente partecipe, e si promuoverebbe una convergenza ampia: al massimo si perderebbero i voti di Alternativa c’è e di qualche parlamentare di 5Stelle che vuole seguire la strategia suicida di Conte”.

In caso contrario, sostiene Sgarbi, “il pallino lo prende il Pd, o magari l’asse fra Letta e Meloni che su Draghi al Colle la pensano allo stesso modo. E sono certo che, in fondo, per Berlusconi è meglio un capo dello Stato come Draghi che uno della sua area politica quale Casellati, Pera o Moratti”, conclude.



 E glielo dica, per favore, che non ha proprio nulla da cercare.

C O M M E N T O

 

Ora ci si mette anche il critico d' arte con Draghi al Quirinale. Draghi deve restare al posto che gli è stato assegnato dal padreterno in quanto il lavoro da fare, quello che non è stato fatto ed è oltremodo difficile fare, è immenso e molto complesso. In breve sintesi mi mancano un' ottantina tra norme e prescrizioni alle quali sommiamo: Diritto contrattuale inteso come forche caudine; Diritto urbanistico (L:U. "nazionale" e Ordinamento "nazionale" sull' uso dei suoili e dei lotti edificabili), Diritto edilizio pubblico (Regolmenti edilizi "regionali" e Statuti urbani); Uffici Tecnici Comunali e Decernati (lat.: decernere; it. decidere) per lo Sviluppo, Pianificazione urbana e territoriale, Mobilità e Traffico; Diritto ambientale (Dipartimenti Ambiente e Diritto della Pianificazione) e Cattedre universitarie di Diritto ambientale nelle Facoltà di Giurisprudenza. Per informazioni rivolgersi al Prof. Dr. Wolfgang Köck, giurista, titolare della Cattedra di Diritto ambientale presso l' Università di Lipsia, e alla microbiologa, Prof. Dr. Katja Buehler, Ordinarius di di "Tecnologia di biofilms produttivi",consulente del Governo Fed. le presso il Consiglio Nazionale per la ricerca sull' idrogeno pel tramite di microbi attivi fotosintetici, ricercatrice presso il Dipartimento di materiali solari dell' Helmholtz-Centro di ricerca ambientale, Lipsia; Rivisitazione degli studi universitari per le Facoltà di Ingegneria e Architettura reimpostando i Dottorati di ricerca con discussione finale (Rigorosum) della Tesi di Dissertazione in una Commissione d' esame costituita da 3 Proff. Ordinari; Scuole professionali per la formazione di capi-maestri muratori, carpemteria in legno, installatori, elettricisti, etc.; Ristrutturazione dei Provveditorati Regionali alle OO.PP. e degli Uffici Provinciali del Genio Civili devolendo loro compiti di progettazione di grandi lavori e di controllo degli strumenti di Pianificazione urbana e territoriale redatti dagli appositi Uffici comunali die medie e grandi città e di istituendi Comprensori di Comuni. A tal uopo la Germania costituisce un punto di riferimento unanimamente riconosciuto, unico in Europa. Occorro soltanto una grande dose di umiltà dopo aver capito che la realtà in questa Italia è da paese di terzo o quarto mondo. Il Capo del Governo Draghi si appresti a debellare il parassitimo dei prefetti convocandoli a Roma per avere l' idea del caos e degli sperperi che hanno luogo nei Comuni della Provincia di competenza nelle mani di sindaci, assessori e Consigli comunali strapieni di mezzepugnette a costituire un vergognoso proletariato precario indegno della Cultura e della tradizione urbana dell' Italia. In tal senso urge l' istituzione di nuclei all' uopo preparati della Guardia di Finanza e la formazione di giovani sostituti-procuratori con una profonda conoscenza di Diritto urbanistico, Diritto edilizio pubblico, Diritto contrattuale e Diritto professionale (ingg., archh., e geomm.) presso le sedi di Tribunali, il tutto supportato da un articolato soggiorno soggiorno di studio in Germania, Paese nel quale oltremodo esemplare è l' organizzazione meticolosa della P.A. di città medie, grandi, città-stato, Regioni (Laender) e Comprensori di Comuni (Landkreise). Non c' è più tempo da perdere, se si vuole consegnare il sedicente PNRR a decoro e dignità e preservare le generazioni future da un amaro destino. Che la politica sia sottoposta ad una feroce scarnatura e a tutte le Istituzioni restituita dignità.

 

nicolo piro

G e r m a n i a

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In cerca dell' unità di misura per il PNRR

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ECONOMIA

HuffPost 23/12/2021 14:59 CET | Aggiornato 9 ore fa

Il Pnrr misura "la nostra credibilità", richiede "rapidità, efficienza, onestà"

La bozza della relazione sullo stato d'attuazione visionata da Huffpost, con premessa firmata Mario Draghi: "Sfida decisiva"

By Giuseppe Colombo

 

Perché l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza è una “sfida decisiva” per il Paese lo scrive Mario Draghi nella premessa alla prima relazione al Parlamento, in cui chiede “rapidità, efficienza, onestà”. Nella bozza di cui Huffpost è in possesso, si legge che dal Pnrr “dipende la nostra credibilità nei confronti dei cittadini e dei nostri partner”. È la raccomandazione a tenere alta la guardia sui prossimi obiettivi, dopo aver conseguito tutti i 51 che scadono a fine anno, il messaggio che il premier consegna al Parlamento. Ma anche al Governo, senza specificare che sarà il suo a occuparsene. E questo è un elemento che rafforza quanto detto durante la conferenza stampa di ieri, quell’abbiamo creato le condizioni “perché il lavoro continui, indipendentemente da chi ci sarà al governo”. 

È lo stesso Draghi a ribadire questi concetti durante la riunione della cabina di regia a palazzo Chigi per l’esame della relazione. Sollecita “un impegno quotidiano fino al 2026” perché “non è il momento di adagiarsi per l’obiettivo raggiunto”. Invita i ministeri ad attivare la cabina di regia subito in caso di difficoltà nell’attuazione. Ripete il senso stesso della missione Recovery: spendere “correttamente e onestamente, evitando fenomeni di corruzione e infiltrazioni delle organizzazioni criminali”. 

Il successo dell’avvio del Pnrr è nella richiesta di pagamento della prima rata da 24,1 miliardi (12,6 miliardi in prestiti e 11,5 miliardi a fondo perduto) che il Governo invierà nei prossimi giorni alla Commissione europea. Un paio di mesi di valutazione e se, come è ampiamente prevedibile dal check fatto dalla relazione, arriverà il disco verde allora il Tesoro incasserà il secondo bonifico. In cassa finiranno 21 miliardi perché dai 24,1 miliardi sarà scalata una quota del prefinanziamento ricevuto il 13 agosto. 

Ora inizia un’altra partita, che non è solo la programmazione per centrare i prossimi obiettivi, suddivisi tra riforme e investimenti, fissati per fine giugno. Bisogna completare i bandi e soprattutto avviare la spesa, ancora completare il rafforzamento della macchina amministrativa che muove il Pnrr a tutti i livelli, dal ministero all’ufficio comunale. Qui il messaggio del premier, in questo caso veicolato attraverso le parole della relazione, è “mettere la cultura della programmazione al centro dei processi della pubblica amministrazione”. Insomma bisogna continuare a fare bene anche nel metodo, quel metodo che dentro ha le leggi, ma anche una miriade di decreti attuativi e di atti amministrativi. Il precedente - è il senso del messaggio - c’è perché si è già conseguito un risultato tondo che ”è una prima importante dimostrazione della capacità del Paese di attivare i processi di riforma e di investimento previsti dal Piano”. 

È il Parlamento il destinatario delle consegne più importanti. Il premier gli riconosce “un contributo essenziale al conseguimento degli obiettivi e
ha dimostrato notevole sensibilità nell’approvare in modo tempestivo riforme e norme essenziali per la riuscita del Piano”. Parole che sono funzionali anche per provare a spegnere le polemiche che hanno accompagnato il Pnrr prima ancora che fosse scritto, già ai tempi del Conte 2. La scia velenosa delle Camere coinvolte poco e spesso per ratificare decisioni già blindate ha impattato anche sul governo Draghi. Non ci sono però solamente i ringraziamenti. C’è l’impegno a coinvolgere il Parlamento con un vasto programma di open data e a inviare una nuova relazione sull’attuazione del Piano alle Camere entro la prima metà di aprile, in corrispondenza con la trasmissione del Documento di economia e finanza. Una terza relazione a settembre e via via ogni sei mesi. 

Alla trasparenza del Governo, però, deve corrispondere un impegno di Camera e Senato. Non è un caso se la relazione pone l’accento proprio sulle riforme in Parlamento quando passa in rassegna gli elementi sull’attuazione del Piano. Ricordare cosa deve fare da subito e in un anno equivale a dire che la corsa va tenuta ad alta intensità. Eccola la corsa: quasi un terzo delle milestone e dei target (154 su 250) del Pnrr richiedono l’approvazione di “riforme”. Tra queste, più di un terzo (59 su 154) dovrà essere soddisfatto mediante l’approvazione
di disposizioni legislative. L’impegno per il 2022 è più che denso: 23 riforme su 66 richiedono atti legislativi, mentre 43 su 66, con una concentrazione notevole tra aprile e giugno, fanno riferimento a atti normativi secondari. 

Solo per fare alcuni esempi. Entro il 30 giugno bisognerà fare la riforma della carriera degli insegnanti e la delega per la riforma del codice degli appalti pubblici. Ed entro il 31 dicembre del prossimo anno bisognerà istituire un sistema di formazione di qualità per le scuole, uno di certificazione della parità di genere e dei relativi meccanismi di incentivazione per le imprese. Ancora la legge annuale sulla concorrenza. ”È quindi fondamentale - scrive ancora il Governo nella relazione - come è già stato nel corso del 2021, il ruolo del Parlamento nell’attuazione del Pnrr, nella definizione e piena realizzazione delle riforme e degli investimenti previsti nel Piano. Lo stesso Parlamento ha inoltre il compito di monitorare e, ove ritenuto opportuno, indirizzare l’attività del Governo nel corso dell’attuazione del Pnrr”.

 

Quello che va evitato, invece, è uscire fuori dal cronoprogramma perché “comporta costi molto alti”. Il passaggio che viene subito dopo suona come un richiamo a evitare di cadere nell’incompletezza e nella lentezza che ha  caratterizzato tradizionalmente la spesa dei fondi europei: “L’opzione di rinvii incompatibili con le tempistiche indicate non appare più percorribile”. 

Il ruolo del Parlamento e quello del Governo sono intersecati. Anche il futuro inquilino di palazzo Chigi, in caso di trasloco di Draghi al Colle, dovrà fare sua una logica che impone, oltre alle “tempistiche relative all’approvazione delle misure legislative”, l’indicazione di “scadenze tassative anche per gli atti normativi del Governo attuativi delle leggi indicate”. 

Un esempio lo fa la stessa relazione: la delega per la riforma del Codice degli appalti. Come detto dovrà essere approvata entro il 30 giugno 2022. Per l’entrata in vigore dei relativi decreti legislativi è previsto il termine del 30 marzo 2023. Poi, per la predisposizione di tutti gli atti attuativi (regolamenti di esecuzione, linee guida e altro) ci sono solamente altri tre mesi. ”È evidente - dice la relazione - che le Camere per l’approvazione della legge, il Governo per la predisposizione dei decreti legislativi e, di nuovo, le Camere per la relativa attività consultiva, sono tenuti ad attrezzarsi per rispettare tutte le scadenze, che si impongono all’Italia nel suo complesso e richiedono perciò il superamento di ogni tempistica che risulti incompatibile con gli impegni assunti con il Pnrr”.

Prossima fermata: 30 giugno. Gli obiettivi da raggiungere sono 47

Una tabella riassume gli obiettivi da portare a termine ogni sei mesi per richiedere la tranche successiva di risorse. Le rate sono in tutto dieci, con gli ultimi milestone e target che andranno chiusi entro il 30 giugno del 2026. Da gennaio a giugno del prossimo anno sono 47 gli obiettivi da raggiungere per il terzo bonifico da 21 miliardi. 

 

HUFFPOSTScadenze e rate Pnrr

La macchina del Pnrr

La Pubblica amministrazione - si legge sempre nella bozza della relazione - è chiamata a rispondere a questi impegni in modo agile ed efficace, senza
diminuire i propri obblighi di controllo, salvaguardando l’interesse generale e massimizzando le esperienze e le competenze maturate”. Il Governo mette in fila tutti gli interventi realizzati per dare conto del lavoro fatto con il coordinamento del Dipartimento della Funzione pubblica. Dalle convenzioni con le società a partecipazione pubblica all’assunzione di mille esperti per il potenziamento del personale delle Regioni e degli enti locali. Ma anche le convenzioni Consip e soprattutto l’ampliamento delle facoltà di assunzione. Ci sono anche i 2.800 funzionari per il Sud e i fondi ordinari per la progettazione.

Il protocollo sindacati-Governo. Tavoli per valutare le ricadute dell’attuazione del Pnrr

Cgil, Cisl e Uil firmano un protocollo con Draghi per “la partecipazione e il confronto” sull’attuazione del Pnrr. L’intesa prevede l’attivazione di “tavoli nazionali di settore finalizzati e continui nei quali sia dato conto delle ricadute sociali, economiche e occupazionali degli investimenti e delle riforme previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e dal Piano nazionale per gli investimenti complementari”. 

Saranno i ministeri coinvolti ad attivare i tavoli, che vedranno partecipare il ministro competente per gli interventi, i dirigenti di riferimento, ii rappresentanti della Conferenza delle Regioni, le Province, i Comuni e le parti sociali più rappresentative. Sono previsti anche tavoli territoriali, composti dal presidente della Regione o da un assessore delegato, con i dirigenti locali e un rappresentante per ciascuna delle parti sociali. Ci saranno tavoli anche a livello locale, con sindaco e assessori delegati.

C O M M E N T O

E se insistono a scriverlo i piccioni non ancora colombi, beh . . . ci deve pur essere una ragione. Ma, ahinoi, a pensarla come i piccioni, che ancora colombi non sono, sono pochissimi e sorge il dubbio che tra tanti non a pensarla come il non ancora colombo sia anche il Capo del Governo e artifex Mario Draghi alla richerca, chissà, dell' unità di misura necesaria per misurare "la nostra credibilità" richiedendo "rapidità, efficienza, onestà". . . . pani schittu e libertà (per la traduzione in italiano della mia aggiunta, rivolgersi al siciliano PdR. uscente). Nix "credibilità", che questa Italia ha smarrito cammin facendo, e l' osservazione che l' efficienza non può essere mai raggiunta con la rapidità, laddove richeste sono "menti raffinatissime", professionalità, organizzazione e idee chiare: molto chiare. E l' onestà? Non è mai stata il forte di questa Italia, donde "scadenze e rate", Mettiamola, oertanto, così: quanto è stato fatto con "boni" (plurale di "bonus") è roba da sollecitare di mettersi davanti ad un muro della vergogna, cospargersi il viso di cenere e piangere, almeno dal mio modesto punto di vista maturato all' interno del mio osservatorio di Germania. Insomma, il problema è veramente cornuto: o prendere una saggia decisione nell' interesse delle generazioni future o lasciare. A presto e con prove alla mano.

 

nicolo piro

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Un pranzo presidenziale doveva essere. Ma . . . .

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POLITICA

HuffPost 23/12/2021 19:21 CET

Un pranzo presidenziale. Berlusconi è convinto, gli alleati un po' meno

Vertice di centrodestra sul Quirinale. Il Cav: "Garantitemi i vostri voti, io trovo gli altri". Meloni chiede una "regia permanente". Ci si aggiorna a dopo le feste



Voi pensate a garantirmi i vostri voti per il Quirinale e io penserò a trovare gli altri che mancano”. Questo è il succo del discorso, al netto delle cautele, che Silvio Berlusconi ha presentato agli alleati al vertice di Villa Grande. Senza mettere in tavola – tra ravioli burro e salvia, tagliata di filetto e un babà più grande del piatto che lo conteneva - nessun piano B. Ci si aggiorna subito dopo l’Epifania, e a quel punto si prenderà una decisione. Un paio d’ore passate insieme con Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, i “piccoli” Maurizio Lupi, Giovanni Toti, Lorenzo Cesa, più gli azzurri Antonio Tajani, Sestino Giacomoni e Licia Ronzulli. A cui si sarebbe aggiunto Gianni Letta.

Un convivio in clima decisamente prenatalizio che il leader della Lega (fresco di incontro “cordiale” con Draghi a Palazzo Chigi, a cui ha portato in dono formaggi della Valtellina) ha apprezzato nelle vesti di mediatore. E che è finito con un comunicato congiunto che sancisce “intesa e sintonia della coalizione“ pronta a governare con “valori comuni, programma condiviso, per unire e non dividere”. E soprattutto scolpisce un metodo di lavoro: “Uniti nei prossimi appuntamenti istituzionali ed elettorali”, dal Colle alle politiche. Si decide con voce sola: senza esclusioni né fughe in avanti.

Un vertice, per così dire, interlocutorio. Non lunghissimo. Dove, al netto delle rassicurazioni al padrone di casa, nessuno ha dato reali garanzie agli altri. I partecipanti sono usciti con la convinzione che “Silvio ci crede”, che la prospettiva di poter diventare il tredicesimo presidente della Repubblica lo ringiovanisce, e che l’auspicio dell’ala forzista che lo vorrebbe kingmaker di Draghi per ora resta un wishful thinking. Per il resto, cautela a non scoprire troppo le carte (vere) prima che lo facciano gli altri. Anche al di fuori del centrodestra: nelle file di Forza Italia è stato lodato il “no grazie” a Draghi del M5S, un inedito asse che qualcuno fa risalire alle parole al miele usate dal Cavaliere sulle “radici comuni” tra azzurri e grillini.

Meloni è stata l’unica a mettere in campo una richiesta precisa agli alleati, una sorta di “giuramento di Pontida” (se non si concretizzasse l’opzione Silvio): l’impegno di tutti a non percorrere la soluzione del Mattarella Bis sull’onda di un ritorno della pandemia. Ma anche a evitare di avallare il trasloco del premier al Colle, che la leader di FdI ha caldeggiato finché intravvedeva le urne anticipate ma adesso maneggia con freddezza: “Se Draghi vi chiede il voto che farete?”. Meglio, allora, cercare una figura al di fuori dei soliti circoli. Su questo Meloni ha chiesto una “regia permanente” della coalizione, un modo da confrontarsi in diretta. Pare però che le rassicurazioni dei conviviali su entrambi i punti siano state molto di prammatica, tra chi annuiva e chi cercava il cameriere con lo sguardo per farsi riempire il bicchiere. Il che non ha guastato la sintonia, con l’ex ministra della Gioventù talmente golosa delle pere al vino rosso che il cuoco gliene ha preparata una confezione da portare a casa.

Nessuno vuole legarsi le mani, visto che la fase è ancora interamente tattica. Fatto sta che si è arrivati al comunicato congiunto, una mediazione che evita ipotesi di strappi a spese di FdI o dei partiti più piccoli. “E’ stato importante ribadire l’unità della coalizione – spiega Lupi – E la certezza che tutte le scelte saranno condivise. Non ci saranno esclusioni per FdI che sta all’opposizione né per i centristi che hanno numeri parlamentari meno pesanti”. Ma l’unità messa nero su bianco ha come prima conseguenza dell’ipotesi di elezioni anticipate. “L’obiettivo è andare avanti per affrontare l’emergenza economica e sanitaria” hanno ribadito i forzisti. Anche perché “il governo sta lavorando bene, lo dicono tutti”. E alla deadline 2023 – per la parte nella loro disponibilità - anche Meloni ha dovuto rassegnarsi.

Il 4 gennaio il presidente della Camera Roberto Fico manderà la lettera di convocazione dei grandi elettori, aprendo ufficialmente le danze. L’appuntamento a dopo le Feste, dunque, presuppone che il lavoro dietro le quinte di ambasciatori e pontieri, abbia luogo in gran parte prima. Il primo a saperlo è Berlusconi: “Abbiamo parlato anche della mia candidatura, il centrodestra sarà unitario, la decisione è rimandata all’inizio dell’anno prossimo”. E per ora, si tiene coperto: come Draghi si è sfilato dal giudicarne l’idoneità o meno come eventuale capo dello Stato, il Cavaliere si smarca dal futuro del premier: “Non posso rispondere sulle intenzioni degli altri”.

C O M M E N T O

E allora mettiamoci al sicuro e torniamo al 1991 quando Fausto Cattaneo (Buon' anima che porto nel cuore!), alias "Tato", agente antidroga, nome in codice Pierre Traditi, viene in contatto, i veste d' infiltrato, con Juan Ripoll Mari, un finanziere ispano-brasiliano che si occupa di importazione di prodotti alimentari dal Sud America. Ripoll, secondo le polizie di mezzo mondo, non è soltanto un commerciante, la sua attività clandestina pare che sia il riciclaggio di denaro sporco. Cattaneo viene infiltrato proprio a parteciparea una operazione di riciclaggio che prenderà il nome di "Mato Grosso" e che vede come capofilaJuan Ripoll Mari. Quando Cattaneo s' incontra con lui, questi gli dice: "Il tuo compito sarà quello di prendere i soldi dalla Spagna, dalla Francia e dall' Italia e trasferirli in Svizzera per versarli su un conto corrente a Lugano". Il "commerciante", tuttavia, non dice soltanto questo. Quando parla dei "consorzi" che dovranno consegnare il denaro da portare in Svizzera aggiunge: "In Italia dovrai andare dagli uomini del clan Berlusconi". Quelli di Torino, specifica Ripoll Mari. Tutto è pronto per l' operazione Mato Grosso, ma alla vigilia della partenza l' inchiesta della polizia cantonale si interrompe e dell' operazione di riciclaggio non si sa più nulla fino a qualche anno dopo. Ma Pierre Tarditi , alias Fausto Cattaneo, scrive un rapporto di polizia, datato 13 settembre 1991, nel quale cita esplicitamente l' episodio che riguarda Silvio Berlusconi, raccontato da Ripoll Mari. Il commissario dell' antidroga aggiunge che già in passato era spuntato il nome di Silvio Berlusconi a proposito della "Pirra connection" e dunque non c' è da meravigliarsi. "E sulla base di quel rapporto - racconta Fausto Cattaneo pensando a quei giorni turbolenti - che nel 1995 fu contattato prima dagli uomini di Umberto Bossi, poi da Bossi in persona. C' era appena stato il ribaltone e quando la Lega venne a conoscenza del mio rapporto mi chiese un incontro. Volevano da me le prove delle mani sporche di Berlusconi. Come mi spiegarono di persona, volevano distruggere quel personaggio di nome Silvio Berlusconi. Era una domenica di primavera. Al bar Club di Cadenazzo (Bellinzona), un villaggio di 800 abitanti, incontrai il deputato Roberto Calderoli e il professor Gian Battista Gualdi. Bevemmo un ottimo vino francese. Ricordo persino che il proprietario, un vecchio amico, mi disse: "Il locale rimane aperto fino a mezzogiorno, ma tu fai quello che devi fare. Quando hai finito chiudi e poi mi fai avere le chiavi". I due galoppini di Bossi mi chiesero se su Berlusconi sapevo qualcosa di più di quello che avevo scritto nel rapporto. Risposi di no e spiegai loro che a un certo punto l' operazione che avrebbe dovuto portare a Torimo si era interrotta per motivi a me ignoti ma gli feci capire che, essendo un investigatore ormai fuori dalla polizia, avrei potuto continuare le indagini. Calderoli e Gualdi mi risposero che non erano autorizzati ad affidarmi un' inchiesta e mi dissero che mi acrebbero fatto sapere parlare con Bossi. Dopo qualche giorno il professor Gualdi mi chiamò al telefono e mi disse che Bossi era pronto a incontrarmi nella sede della Lega a Milano. In quei giorni, prima dell' incontro con Bossi, ricevetti una telefonata da un esponente della Lega, il sebatore Boso, che mi chiedeva di impegnarmi a fondo per distruggere Berlusconi". Che cosa ricorda di quell' incontro? "Intanto non feci l' errore di andare solo. Mi presentai con due miei amici. Uno di questi era un commissario di polizia in pensione, l' altro era un giornalista. All' inizio Bissi fece il duro, sembrava che gli desse fastidio la nostra presenza. Ma quando gli feci capire che erano loro che avevano bisogno di me, abbassò le arie e cominciò a dirne di tutti i colori su Silvio Berlusconi. Ci lasciammo con un nulla di fatto ma pochi giorni dopo mi telefono il professor Gualdi e mi disse che la Lega Nord aveva stanziato un primo anticipo di 8 milioni per consentirmi di fare un viaggio in Brasile, dove avevo avuto i primi contatti con Juan Castaneda, (il nome in codice usato da Cattaneo quando parla di Juan Ripoll Mari, ndr.)Mi diedero gli otto milioni in una busta all' uscita dell' autostrada per Como Nord. Quando arrivai in Brasile mi limitai in un primo tempo a ricostruire le strade di come avevo conosciuto Juan Castaneda. Scoprii però una cosa interessante che nel mio intimo mi convinse pienamente a proposito dei rapporti che Juan Castaneda diceva di avere con la Fininvest. Ecco di cosa si tratta: in un hotel di proprietà di un amico intimo di Castaned, tale Felipe, scoprii che si teneva un congresso o riunione di tutta la Finivest del Brasile. Tentai di entrare ma non ci riuscii, il summit era ben protetto dalla security. Alla fine del mio soggiorno soggiorno a Rio de Janeiro tornai in Italia e dissi agli uomini di Umberto Bossi che le cose si stavano mettendo bene. Ma da quel giorno non ebbi più notizie delle persone che mi avevano cercato". Spariti per sempre? "Si". E mi sono sempre chiesto perch´`e siano improvvisamente scomparsi gli emissari di Umberto Bossi". Già, una bella domanda che rimarrà senza risposta. Forse.

...

Bossi è ancora vivo e vegeto (sic): Calderoli e ancora "suonatore" di questa repubblica delle banane, Giorgia Meloni, assistita dal giurista penale Ignazio La Russa, ha trovato il patriota di posare al colle, Salvini, un vuoto a perdere, non sa di quanti centimetri è la sua altezza fisica e Silvio, a mezzogiorno, dopo aver offerto al gruppo una pizza "`à la Silvio", trascorrerrerà la serata accovacciato sotto l' albero di Natale sognando un seggiolone dorato dal quale rivolgerà il suo primo messaggio a cimici e pidocchi.

 

Contento, Ing. Carlo di Benedetto?

 

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

Nave senza nocchiero in gran tempeste,

Non donna di provincie, ma bordello!

 

 

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L' Eu nel gas di Putin

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ESTERi

HuffPost 22/12/2021 16:30 CET | Aggiornato 24 minuti fa

Draghi contro le sanzioni sul gas: "L'Ue mantenga l'ingaggio con Putin"

Parole di pragmatismo: "Siamo forti abbastanza? È il momento giusto?". Chiede l'intervento europeo sul caro energia prima di marzo

 

Se vogliamo adottare delle sanzioni che prevedano anche il gas, siamo veramente capaci di farlo? Siamo forti abbastanza? È il momento giusto? Chiaramente la risposta è no”. Il pragmatismo di Mario Draghi sfida anche i desiderata del primo alleato dell’Italia e dell’Ue, Joe Biden. Nella conferenza stampa di fine anno, il premier scavalca le reticenze europee su cosa fare con Vladimir Putin che ‘assedia’ di truppe il confine con l’Ucraina. Per Draghi “l’Ue deve mantenere il suo ingaggio con Putin”, anche perché al momento l’Unione non ha un fattore “di deterrenza” da poter usare. Tanto più che gli Stati membri non riescono a trovare un accordo su come contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia.

Le parole del presidente del Consiglio (e possibile futuro presidente della Repubblica, come lui stesso lascia intendere nella conferenza stampa, non ritraendosi dalle numerose domande sul tema) puntano ad assestare una direzione di marcia alle scelte che l’Unione Europea è chiamata a compiere, ora che il presidente Usa - alleato indiscutibile, ‘ritrovato’ dopo la parentesi Trump - insiste a sollecitare una reazione ferma da parte delle cancellerie del vecchio continente contro le minacce di Mosca, oltre che della Cina. Com’è nel suo stile, Draghi non guarda alla necessità dei proclami, ma allo stato di necessità che costringe tutti i paesi dell’Unione ad affrontare la complicatissima sfida dell’aumento dei prezzi del gas, materia prima sulla quale sono tarati i prezzi delle altre fonti di energia.

Draghi si mostra persino dubbioso su certi resoconti di quanto sta avvenendo al confine con l’Ucraina. “Alcune fonti parlando di un rallentamento dello schieramento di truppe russe nelle ultime settimane - dice - Altre fonti americane dicono che nei prossimi giorni ci saranno altri dispiegamenti”. Il fatto è che al momento l’Unione non ha ‘armi’ a disposizione per reagire. Né dal punto di vista di “missili, cannoni, eserciti”, perché il progetto di difesa comune è in ancora in fase di discussione e la Nato, grazie a Biden, “ha individuato la priorità nel quadrante indo-pacifico”. Né dal punto di vista economico, in quanto eventuali sanzioni scatenerebbero l’offensiva di Putin sulle forniture di gas.

Ecco perché, spiega Draghi, “l’Ue deve mantenere il suo ingaggio con il presidente Putin, il quale, cercando la telefonata con Biden, sembra voglia mantenere un atteggiamento dialogante, in cui forse degli sviluppi che non portino a decisioni irreversibili sono ancora possibili”. Il riferimento è all’ultimo colloquio tra il presidente Usa e il capo del Cremlino, a distanza di sei mesi dal loro bilaterale a Ginevra a giugno. Certo, occorre rispettare gli accordi di Minsk, continua Draghi: “Non sono stati osservati da nessuna delle due parti, né dal presidente dell’Ucraina Zelensky, né da parte russa. Rispettarli potrebbe essere il primo passo per sdrammatizzare la situazione”. 

Ecco, ma intanto l’Ue dovrebbe trovare il modo per fronteggiare il problema dei prezzi dell’energia saliti alle stelle. Dopo il record di ieri (180,5 euro per megawattora, in rialzo del 22 per cento, secondo il il benchmark Ttf), il prezzo del gas resta sugli stessi livelli anche oggi (180,2 euro per megawattora nell’hub olandese, riferimento per l’Europa). Un’impennata che minaccia seriamente la ripresa, messa già a dura prova dalla diffusione della nuova variante di covid, omicron. Eppure all’ultimo Consiglio europeo dell’anno, il 16 dicembre scorso, i leader dell’Unione non hanno raggiunto un accordo su questo dossier, il più urgente di tutti. Draghi era lì, ha discusso fino a notte fonda con i partner dell’Ue, ma alla fine il capitolo energia è stato addirittura eliminato dalle conclusioni finali.

Ora l’Italia e gli altri paesi del sud Europa, che chiedono stoccaggi comuni del gas su base volontaria per calmierare i prezzi, dovrebbero aspettare fino al Consiglio europeo di marzo per un’altra discussione sul tema. Potrebbe essere troppo tardi: è in inverno che il fabbisogno di gas è più irrinunciabile, per i riscaldamenti. Ed è per questo che, rispondendo ad una nostra domanda in conferenza st Draghi chiede “un’iniziativa” di tipo europeo “senza aspettare il summit di marzo”.

All’orizzonte, non c’è un’azione europea sull’argomento, dopo che i leader l’hanno di fatto abortita al Consiglio della settimana scorsa, divisi su diverse questioni. Non tanto sullo stoccaggio comune del gas, sottolinea anche Draghi, quanto sull’Ets, il sistema di tracciamento delle emissioni che gli Stati dell’est, dipendenti dal carbone, ormai contestano senza mezzi termini, da quando sono aumentati i prezzi. E poi sulla tassonomia, il documento che la Commissione Europea avrebbe dovuto presentare oggi per stabilire quali fonti inquinano e quali invece sono ‘verdi’. Presentazione slittata, dopo che il summit del 16 dicembre ha ‘fotografato’ distanze addirittura tra Francia e Germania: la prima convinta che il nucleare debba essere incluso nella tassonomia, la seconda contraria.

Draghi però dice che “la Commissione Europea sta lavorando”. E intanto va avanti il “livello nazionale: un sostegno ci sarà, se necessario, oltre quello che è già stato deciso” con gli aiuti alle fasce più colpite. Il problema però è nel manico: cioè nel meccanismo che oggigiorno regola i prezzi dell’energia su quelli del gas, i più alti di tutti. Anche questo è stato argomento di accesa discussione a Bruxelles: gli Stati del nord difendono strenuamente il sistema attuale, che, è la loro tesi, serve a far arrivare maggiori risorse al settore delle rinnovabili.

Ma intanto strozza gli Stati che sono più indietro nella transizione. “Ci sono grandi produttori che stanno facendo profitti fantastici perché adesso i prezzi sono tarati sul gas”, dice Draghi in conferenza stampa. “Occorrerà riflettere per chiamare i grandi venditori di energia a partecipare al sostegno dell’economia di imprese e famiglie”.

È questa la cornice di difficoltà che, secondo Draghi, lascia pochi margini di azione all’Ue nei confronti di Putin, a meno che l’azione non significhi dialogo. E ora è anche più chiaro il motivo per cui il presidente del Consiglio non ha partecipato al vertice europeo sul partenariato orientale a Bruxelles il 15 dicembre scorso, forum finalizzato a legare all’Unione le ex repubbliche sovietiche Armenia, Azerbaigian, Bielorussia (stavolta assente per le tensioni con Lukashenko sui migranti), Georgia, Moldavia e Ucraina, strappandole all’influenza del Cremlino. Un summit che non è tra le priorità italiane, storicamente.  Men che meno adesso, che dialogare con Putin è utile, oltre che necessario, Draghi dixit.

C O M M E N T O

 

. . . . e i traditori comunisti italiani gli restituiscanio i rubli incassati dall' Unione Sovietica per fare dolceita in Italia, naturalmente in EUR + interessi maturati nel tempo, incominciando dalla vermaglia dei Napolitano, Occhetto, D' Alema et varia e finire nei virgulti dei defunti. Soltanto così potremmo chiedergli la consegna dei resti mortali dell' opposizione antifascista tradita dal cittadino sovietico Palmiro Togliati e associati Robotti (il cognatino), D' Onofrio ed altri comunisti transfuga, cagnacci sciolti senza collare, massacrata a botte nei sotterranei della Lubijanka, finiti con un colpo alla nuca e sepolti in fosse comuni chissà in quale betullaia della periferia moscovità. E allora vera giustizia sarà fatta con un grazie sentito al Popolo russo e al Presidente Vladmir Putin.

 

Da socialfascista e italiano gli chiedo scusa e perdono per la partecipazione dell' Italia fascista alla vergognosa >Operazione Barbarossa>.

 

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Italia tra conservatorismo e Socialismo

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Un conservatorismo per il XXI secolo? Spazio politico e sfide obbligate

Radicalizzazione, sovranità nazionale, mercato. Cosa una politica conservatrice si trova oggi ad affrontare

  • By Luiss School of GovernmentL'attualità politica, economica e giuridica vista dai docenti e ricercatori della Luiss SoG

    Giovanni Orsina

    Docente di storia contemporanea presso la Luiss e direttore della Luiss School of Government



 

 

L’attualità politica europea, in Paesi chiave del continente come Italia, Francia e Germania, offre più di uno spunto per una riflessione aggiornata sulla traiettoria dei movimenti anti-establishment. In questo Policy Brief muoveremo dall’ipotesi, in parte già argomentata altrove, che potrebbe essere in corso – il condizionale è d’obbligo – un processo di rientro della protesta cosiddetta “populista” contro la globalizzazione, che ha segnato l’ultimo decennio, nei ranghi di un’ideologia più strutturata e tradizionale quale quella conservatrice. Questo fenomeno starebbe portando anche a un ripensamento della sinistra, e quindi alla ricomposizione in forme parzialmente rinnovate dello schema politico “classico”.

In Francia la campagna elettorale si è giocata finora, nella sconcertante assenza della sinistra, fra sfumature diverse di destra o centro-destra, dall’euro-tecnocratica alla populista, passando per la nazionalista: Macron, Pécresse, Le Pen, Zemmour. A dimostrazione del fatto che i nostri tempi sono in effetti segnati da una robusta domanda di conservazione. In Germania la crisi dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) dipende anche dalla difficoltà, per un partito che è stato egemone e al potere per tanti anni, di rispondere a quella domanda e ai suoi profili inediti. Al contempo, però, quella crisi ha aperto lo spazio per la ricomposizione di un’alternativa di centro-sinistra – ossia, da un punto di vista sistemico, ha spinto in direzione bipolare.

In Italia, infine, i sovranisti, per quanto differenziati al loro interno, rimangono a tutt’oggi capaci insieme di rappresentare una parte assai significativa dell’elettorato, attualmente circa il 40% dei consensi tra Lega e Fratelli d’Italia. Proprio uno dei protagonisti di questo blocco, Fratelli d’Italia, di recente ha occupato per quasi una settimana il centro del dibattito politico nazionale con il suo tradizionale evento “Atreju”, significativamente intitolato quest’anno “Il Natale dei conservatori”. Al di là di vari aspetti contingenti, dalla competizione con la Lega per la supremazia nel centrodestra all’approssimarsi dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica, non è da escludere che tanto interesse nasca dal sospetto che le posizioni conservatrici che Giorgia Meloni vorrebbe rappresentare in Italia stiano in effetti disegnando una possibile via d’uscita dal “decennio populista” e un possibile fattore di ricomposizione della dialettica politica fra destra e sinistra. L’inserimento ufficiale e ostentato del termine “conservatore” nel vocabolario politico di Fratelli d’Italia può essere letto come spia di una simile tensione.

 

Se questo è il contesto in cui ci troviamo, di seguito proverò ad approfondire due punti. Primo, non c’è dubbio – almeno in linea teorica – che oggi si aprano spazi politici potenzialmente ampi per una proposta conservatrice. Secondo, un progetto conservatore, specie in Italia, dovrebbe affrontare non poche sfide per riuscire ad affermarsi.

Di che cosa parliamo quando parliamo di conservatorismo

È possibile sostenere che il conservatorismo abbia una robusta componente opportunistica e reattiva: è un pensiero del limite, del contrappeso, del riequilibrio, si fonda sullo scetticismo, sulla prudenza, sulla consapevolezza che la condizione umana ha dei confini stretti e impossibili da superare. Il suo obiettivo non è negare o eliminare il mutamento, ma temperarlo quando si fa troppo rapido o troppo radicale e mette in pericolo i sempre delicatissimi equilibri storici. Il conservatore è tendenzialmente pessimista: del cambiamento vede più facilmente i rischi delle opportunità; non lo avversa a priori, ma lo maneggia con estrema cautela.

C’è oggi la necessità storica di frenare e riequilibrare? Esiste lo spazio politico per raccogliere consenso su un programma di questo tipo? A mio avviso la necessità storica, e di conseguenza lo spazio politico, non mancano. Per almeno tre ragioni:

1. Nella stagione della tarda modernità (ossia, grosso modo, nell’ultimo mezzo secolo) abbiamo assistito a un’accelerazione oggettiva, e notevolissima, del ritmo del cambiamento storico. Che da ultimo non accenna a rallentare – anzi. Quest’accelerazione ha generato opportunità straordinarie e accresciuto notevolmente la nostra capacità di manipolare il nostro mondo. Tuttavia tale capacità, a motivo dei limiti invalicabili della condizione umana, non può che restare insoddisfacente. E le persone, allora, sono anche spaventate e sconcertate dal cambiamento: non vogliono rinunciare ai suoi frutti positivi, ma sono molto preoccupate dal senso di perdita di controllo che la trasformazione storica porta con sé.

2. A partire dai tardi anni Ottanta, e con un picco nel corso dei Novanta, si è affermata una cultura robustamente ottimistica (che potremmo definire “neopanglossiana”) per la quale il cambiamento è sempre buono, va sempre abbracciato, e anzi affrettato più che si può. Seguendo una simile cultura, la politica non si è data a riequilibrare il mutamento economico, sociale, tecnologico, ma, al contrario, a spingerlo ulteriormente in avanti. Questa cultura è entrata in crisi nel corso del primo decennio del ventunesimo secolo, aprendo lo spazio per uno Zeitgeist assai diverso.

3. Anche come conseguenza del neopanglossismo appena descritto, si è verificato un processo di radicalizzazione della cultura progressista che – pure in questo caso, con un’accelerazione notevole in questi ultimi anni – ne sta conducendo le propaggini estreme su sentieri molto distanti dal senso comune.

Questi tre processi hanno aperto spazi importanti a una reazione conservatrice. Più in positivo, l’integrazione del Pianeta sta riportando in superficie, in segmenti consistenti delle opinioni pubbliche occidentali, quello che in altra epoca Simone Weil ebbe a definire «il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana»: il radicamento. «Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro», continua Weil, «l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente».

Radicalizzazione, nazione e mercato: le sfide di un conservatorismo contemporaneo

Ciò detto, ci sono almeno tre sfide fondamentali che una politica conservatrice si trova oggi ad affrontare.

1. Reagendo alla radicalizzazione del progressismo, il conservatorismo rischia di radicalizzarsi a sua volta. Tanto più in un clima enfatico, isterico e polarizzato come quello attuale. Sarebbe un triplice errore. Innanzitutto, perché la misura e l’equilibrio, un’interpretazione non violenta del pessimismo scettico, appartengono alla tradizione conservatrice. Poi perché conservare oggi, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, significa conservare i valori dell’Occidente. Proteggerli anche dai loro stessi eccessi, certo – ma rispettandoli e salvaguardandoli. Nel ventunesimo secolo, insomma, il conservatorismo occidentale o è liberale, o non è. Ma la degenerazione del progressismo è una conseguenza alquanto logica, seppure distorta, della nostra modernità, e non è facile sbarazzarsi dell’acqua sporca salvando il bambino. Se il progressismo tende a degenerare in forme para-totalitarie, il conservatorismo rischia invece di degenerare in forme para-autoritarie: nell’un caso e nell’altro, non solo i valori occidentali sono in pericolo, ma le contraddizioni interne delle ideologie si fanno ingestibili. Infine, il conservatorismo sbaglierebbe a radicalizzarsi perché ha perduto da lunga pezza il controllo delle “casematte” culturali di gramsciana memoria. Da quelle casematte il conservatorismo non sarà mai accettato come pienamente legittimo, s’intende, ma non è la stessa cosa, agli occhi dell’opinione pubblica, se la delegittimazione ha dei fondamenti oppure se è palesemente strumentale.

2. La seconda sfida ha a che vedere con la sovranità nazionale. Come la proverbiale rana, la sovranità nazionale è stata bollita nella pentola della globalizzazione per più di quarant’anni, per lo meno a partire dalla fine degli anni Settanta. L’acqua ormai è rovente, e a questo punto l’estrazione dalla pentola del povero batrace, che è mezzo cotto, pone dei problemi immensi. Un conservatorismo che abbia a cuore il radicamento (e la democrazia) non può fare a meno di valorizzare la dimensione nazionale. Deve però avere la consapevolezza che qualsiasi mossa de-globalizzante potrebbe avere effetti negativi considerevoli; che le nazioni sono ormai assai fragili e non facili da rivitalizzare; e che, nell’attuale situazione mondiale, ri-nazionalizzare potrebbe significare indebolire i valori occidentali.

Questo ragionamento vale ovviamente anche per l’Europa. L’Unione Europea è, da tempo ormai, in mezzo a un guado: troppo nazionale per quant’è comunitaria, troppo comunitaria per quant’è nazionale. La soluzione federalista, sebbene politicamente assai debole e tutt’altro che semplice, ha il pregio della chiarezza. I conservatori che soluzione propongono? Tornare indietro non è possibile: la sponda nazionale dalla quale siamo partiti nel 1951 ormai non c’è più. La soluzione confederale à la De Gaulle è anch’essa chiara e lineare in termini teorici, ma in pratica retrocedere rispetto ai molti passi che sono stati fatti negli ultimi decenni in direzione comunitaria sarebbe a questo punto assai difficile. Soprattutto se teniamo presenti le conseguenze della moneta unica.

La questione interroga con particolare forza i conservatori italiani: l’Italia è paese fondatore della Comunità europea, l’europeismo è una componente assai cospicua della sua tradizione di politica estera, e il Paese è costretto ma anche protetto dall’euro. La domanda cruciale in questo caso è: una più profonda integrazione europea non sarebbe – non in astratto, ma date le concrete condizioni storiche – nell’interesse nazionale italiano? Un conservatorismo italiano responsabile e di governo dovrebbe saper dare una risposta a questa domanda. 

  1. La terza e ultima sfida riguarda l’economia. Una prudente valorizzazione del mercato e dell’iniziativa economica individuale, scevra da fondamentalismi, non può che essere un elemento fondante del conservatorismo contemporaneo. Soprattutto dopo la mutazione che lo ha interessato negli anni Ottanta del secolo scorso. Proprio quella mutazione però, proprio le contraddizioni che nel medio periodo ha mostrato il thatcherismo, evidenziano il punto: il mercato è un potentissimo dissolutore di radicamento. Forse il più potente che ci sia. Far convivere il radicamento con il mercato è la terza grande sfida alla quale il conservatorismo del XXI secolo è chiamato a risponde

 

C O M M E N T O

 

Sintesi: Socialismo democratico che sempre Socialismo è.

Per l' Italia: Partito Socialista Repubblicano.

 

nicolo piro

G e r m a n i a

 

https:teorico.eu

 

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